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 Per un racconto realistico di Fatima

 

La maggior parte delle pubblicazioni favorevoli a Fatima, scritte per lo più da religiosi fortemente coinvolti a vario titolo, segue la linea narrativa ed interpretativa ufficiale. Queste opere hanno diverse caratteristiche comuni: viene accettato tutto il racconto di Lucia, senza alcun problema di continuità e di congruenza fra Fatima 1 e Fatima 2; raramente appaiono intenti di critica interna; le opinioni dei non credenti non vengono quasi mai riportate; si tace o si glissa sui punti deboli della storia; non viene mai proposta alcuna analisi in chiave psicologica e sociologica; quando opportuno, in occasione di successive edizioni, le vicende narrate vengono in parte modificate e reinterpretate.

Poche opere favorevoli all’autenticità delle apparizioni manifestano riserve su Fatima 2 o, all’opposto, propongono un’interpretazione ‘fondamentalista’ del suo messaggio.[1]

Nel complesso, è piuttosto evidente come avvenga una continua riscrittura, soprattutto a livello ‘ufficiale’, sia del ciclo originario del 1917, sia degli apporti successivi, in ossequio alle più svariate esigenze politiche, sociali e pastorali. Ma, nonostante ciò, anche sulla base delle sole opere dei credenti e riunendo organicamente tutte le considerazioni fin qui fatte, è possibile ipotizzare come sarebbero realmente andate le cose.

21.1  Da pastorella a veggente

Il personaggio chiave è ovviamente, fin dall’inizio, Lucia, una pastorella di dieci anni, che vive in un piccolo paese dell’entroterra portoghese, dove sin da piccoli occorre sacrificarsi per contribuire all’economia familiare. Lucia non sa leggere, come quasi tutte le bambine e le donne del circondario, e come la maggioranza degli uomini; ma assimila bene quanto vede e ascolta. Il catechismo, le prediche in chiesa e quelle dei missionari itineranti sono le principali fonti di indottrinamento di semplici contadini cui trasferiscono i contenuti ed i valori di una fede tradizionale e convenzionale, che ne determina il mondo morale e ne condiziona i costumi sociali.

L’educazione familiare e sociale e quella strettamente religiosa sostengono e rafforzano alcune caratteristiche del pensiero infantile, come la dipendenza dall’autorità, l’egocentrismo e l’antropomorfismo. Le fantasticherie dei bambini e l’immaginazione degli adulti sono più o meno dominate da scene religiose, prese dalla Bibbia; la paura del fuoco dell’interno è il più potente freno sociale.

Lucia è facilmente suggestionabile, e particolarmente sensibile alle tematiche religiose, a confronto con i suoi coetanei. Già all’età di sette anni, in occasione della sua prima anticipata comunione, ha provato emozioni tanto intense quanto abbastanza inusuali. Nelle lunghe ore passate al pascolo, ha tempo a sufficienza per ripensare a cose di religione, specie mentre recita il rosario, sia pure in versione abbreviata. Qualche volta prova un senso di quasi estraniamento dal mondo, o ha delle illusioni sensoriali; ed in più di una occasione crede di vedere vicino a se una figura indistinta. Ma sono sensazioni che vengono presto dimenticate.

La madre di Lucia, legge abitualmente ai figli, su di un manuale popolare, qualcosa sulle apparizioni della Madonna a due fanciulli a La Salette. Le cose in famiglia non vanno molto bene, sia sul piano dei rapporti personali, che economicamente, a causa dei problemi d’alcolismo del capofamiglia. E si sente spesso parlare della guerra, di sempre più giovani che partono per il fronte e di qualcuno che non torna.

Un fatidico giorno, il 13 maggio 1917, l’attenzione di Lucia è tutta per la predica del parroco, che ha appena riferito della richiesta del Papa di pregare per la pace. È domenica, e come fa da qualche tempo, dopo la messa Lucia va al pascolo con i suoi due piccoli cugini, che la considerano quasi una piccola mamma, cui credere e obbedire.

Durante la pausa per il pasto, Lucia ha una delle sue visioni, stavolta ben distinta; ed i suoi cugini affermano anch’essi di vedere una bellissima signora. Ma probabilmente, anzi quasi certamente, è solo Lucia che ‘vede’ e ‘parla’ con l’apparizione e che suggestiona i cugini, cui in seguito comunica certi suoi ‘pensieri’.

La circoscrizione di Ourem, di cui fa parte Fatima, si presta bene a divenire teatro di apparizioni: il clero è abbondante, come le vocazioni; la pratica religiosa è da secoli fra le più intense all’interno del Portogallo. Non si tratta di un paradiso bucolico, quale lo hanno descritto legioni di agiografi, ma di una periferia rurale, povera e depressa, in cui l’anticlericalismo di Stato ha radicalizzato la fede. Il mondo religioso in cui è cresciuta Lucia appare assolutamente tradizionale, conformista, dottrinario, coercitivo, acritico. La mentalità su cui si plasma Lucia è centrata sugli aspetti economici della vita, sulla coesione familiare, sull’appartenenza di gruppo.

All’interno di questa religiosità piuttosto elementare, Lucia sperimenta, in una fase cruciale del suo sviluppo psicologico, un momento di crisi, per il sommarsi di motivi psicologici (lo scarso senso critico, la tendenza all’estraniarsi dalla realtà, la facilità alle illusioni…), familiari (i problemi del padre, la turbata serenità familiare…), sociali (l’accesa ostilità fra clero ed anticlericali…). Le suggestioni a sfondo religioso prendono in lei il pieno controllo sull’affettività trascinandola all’imitazione di modelli ben appresi. Lucia sente vicina a se la sua Madonna, e le chiede aiuto, con tutta la sua capacità infantile di esprimere immagini e concetti già da tempo interiorizzati e continuamente ripensati; ha bisogno di una guida, oppure, più banalmente, si trasforma inconsciamente in eroina che lotta contro i mali quotidiani. Nel far questo, trascina con sé i due piccoli cugini, verso i quali ha un indubbio ascendente; più pronta Giacinta, nell’ingenuità dei suoi sette anni; meno Francesco, più grandicello, che resterà sempre abbastanza defilato.

In questo primo Novecento, specie negli ambienti rurali, viene ritenuto assolutamente possibile, nell’immaginario collettivo, che la Madonna scenda dal cielo, portando ai credenti un messaggio di ammonimento, ma anche di speranza; ed è quasi ovvio che questo messaggio debba essere affidato a degli ‘ultimi’, siano i derelitti o i bambini. Almeno fin da La Salette o Rue de Bac, l’apparizione ‘privata’, riferita ad un particolare contesto sociale, è pienamente convalidata dalle gerarchie. Una diffusa letteratura devota diffonde da quasi un secolo un ‘credo’ mariano, intessuto di tematiche apocalittiche.

La notizia di quanto sarebbe accaduto a Cova da Iria (come in luoghi vicini, in quegli stessi giorni) viene ascoltata da molti con interesse e commozione. E questo 13 maggio segna l’inizio di una avventura, durante la quale l’incontro con la visitatrice si ripeterà altre cinque volte. I tre pastorelli divengono testimoni di qualcosa che nessuno vede o sente, ma che molti dichiarano di percepire in qualche modo. Nasce un fenomeno sociale che sin dall’inizio trasforma il luogo delle apparizioni anche in un palcoscenico di scontro politico.

La storia delle apparizioni di Fatima, all’inizio, ha due sole ovvie tematiche: la preghiera e la guerra; e tali resteranno per lunghi anni.

21.2  Dopo le apparizioni

Durante e subito dopo le apparizioni la vita dei pastorelli e delle loro famiglie cambia drasticamente. Sono divenuti oggetto di interesse per fedeli, curiosi ed anticlericali. Qualcuno si interessa a loro per sfruttarli in favore del clero; altri per denigrare la credulità superstiziosa del popolino.

Ma sembra che si faccia ben poco per comprendere cosa era realmente accaduto alla Cova da Iria e nella mente dei veggenti. Presto Francesco e Giacinta muoiono, come tanti in famiglia e nei dintorni, a causa dell’epidemia influenzale, e Lucia resta sola, con i suoi ricordi e le sue asserzioni, che mai più potranno essere confrontate con le testimonianze dei cugini. Tutti e tre sono stati interrogati più volte, sia pure con scarsa incisività, e quel poco che hanno riferito ha dimostrato ampie concordanze ma anche significative contraddizioni ed incertezze.

Qualche anno dopo, il nuovo Vescovo di Leiria-Fatima si interessa alla vicenda dei pastorelli. Ha le idee piuttosto chiare, ed offre innanzitutto un aiuto materiale a Lucia, sottraendola alla povertà del suo paese così come alla curiosità della gente. Egli sa che quella faccenda di Fatima può divenire molto importante, se opportunamente sviluppata. Ma Lucia deve tenersi lontana,  mentre egli decide sul da farsi.

Nonostante cresca nella nazione l’allarme verso gli anticlericali, l’inchiesta canonica comincia solo dopo l’attentato massonico del 6 marzo 1922. Nel 1924 Lucia viene interrogata ufficialmente: conferma quello che già si sa e torna nell’isolamento di Vilar. La Chiesa non ha più bisogno di questa giovanetta che non ha altro da dire, e verso cui è grata per avere sollecitato il fervore religioso nel popolo.

Nel 1925 la vita di Lucia, fino ad allora semplice ospite a Vilar, cambia drasticamente. La nuova superiora, entusiasta di Fatima, ottiene la rimozione di molti divieti, quale quello di accennare personalmente a Fatima con Lucia, che da questo momento ha un vero e proprio fervore religioso. Legge fra l’altro la “Storia di un anima” di Teresa di Lisieux e in breve decide di diventare religiosa, anche per imitarla. Nel 1926 viene accolta a Tuy come novizia. Ma restano su di lei gli obblighi dell’anonimato e del silenzio su Fatima; è esclusa da ogni partecipazione diretta a ciò che accade fuori dal suo convento; e può incontrare sua madre solo in due occasioni, con mille precauzioni, e ancora senza poter parlare di Fatima.

Mentre a Roma Pio XI manifesta qualche segno di approvazione, l’inchiesta del Vescovo non è sollecita come ci si attenderebbe, in quanto la situazione politica non appare la più propizia. Fatima inizia comunque la sua metamorfosi, adattandosi ai mutamenti politico-sociali.

Con l’ascesa al potere di Salazar il processo canonico si accelera, per concludersi favorevolmente nel 1929, a dittatura consolidata. Ma già prima di qualunque approvazione, sui luoghi delle apparizioni è ben avviato il loro sfruttamento economico: sono già stati costruiti i primi edifici ad uso commerciale, per un flusso crescente di pellegrini e di autorità politiche e religiose.

Il successo di Fatima colloca Lucia su di piedistallo da cui non scenderà più; l’apparizione (o la nascente mitomania dell’apparizione) diventa il suo pensiero dominante se non esclusivo. Può usufruire appieno del momento favorevole. Ha l’ascendente morale e la credibilità derivanti dalla sua natura di semplice pastorella; ha il supporto di una affermata tradizione di apparizioni; segue tematiche abusate; conosce sufficientemente la dottrina cattolica. Attorno a lei si crea un vasto consenso da parte del clero, che sente di potere ampiamente sfruttare, pastoralmente e politicamente, l’inatteso clamore. Tutto quanto gravita attorno a Lucia rafforza le sue convinzioni; i religiosi che la interrogano evitano bene di farle domande imbarazzanti, e guardano alle concordanze del messaggio piuttosto che alle contraddizioni.

21.3  Fatima 2

Nel 1927 Lucia viene trasferita in Spagna dove pronuncia i primi voti ed ha subito un’altra apparizione in cui la Madonna le parla della Devozione al suo Sacro Cuore, che peraltro molti nel clero reclamavano già da decenni fosse riconosciuta dal Vaticano. Ben presto comincia a parlare ai suoi superiori di Consacrazione al Sacro Cuore di Maria. Non è difficile immaginare quanto ciò potesse derivare dalla conoscenza degli scritti della Alacoque, ma l’interesse specifico di Lucia per il Cuore Immacolato di Maria era cominciato già all’epoca dei colloqui dei pastorelli con Padre Cruz. Secondo le Memorie, sarebbe stata Giacinta a scegliere, fra le preghiere proposte da questo sacerdote, una da ripetere costantemente: “Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia” (MII, 32; MIII, 84). 

Una circostanza, comunque, potrebbe avere maggiore importanza. Nel 1922-1923 quando comincia a progettarsi l’urbanizzazione della Cova da Iria, Formigao propone la costruzione in cima alla vallata di un tempio dedicato al ‘Cuore di Nostra Signora’, che si aggiunga alle previste quattro cappelle dedicate ai misteri del rosario.[2] Non sappiamo se questo progetto sia giunto alle orecchie di Lucia, ma appare giustificato supporlo.

Come sempre, Lucia non è troppo originale nella sua esposizione dei fatti. E quando ad esempio le viene fatto notare che la Madonna aveva usato con lei più o meno le stesse parole pronunciate dal Signore nel rivolgersi alla Alacoque, sorride e sostiene: “Posso io suggerire alla Beata Vergine come deve esprimere il suo pensiero?”.[3] I sempre compiacenti apologeti non hanno ovviamente nulla da ridire; così il giudizio di un "profondo pensatore cattolico",[4] non può essere altro che: "La Vergine conosce molto bene la teologia del suo Rosario e del suo Cuore".[5]

Intorno al 1930 Lucia è ancora saldamente focalizzata sui soli temi religiosi. Ma con l’affermarsi della dittatura e con il crescere del controllo clericale sul paese, i tempi sono maturi per una decisa svolta politica nel messaggio di Fatima.

La consegna del silenzio all’interno della comunità religiosa viene interrotta nel 1934, allorchè Lucia viene ammessa ai voti perpetui a Tuy. In questa occasione, la vengono a trovare i familiari ed il Vescovo di Leiria, che presiede la cerimonia. Il mondo può tornare ad interessarsi direttamente di lei.[6]

La dittatura approfitta della crescente capacità di mobilitare le masse nel nome di Fatima, e la Chiesa ha il proprio utile nel supportare il regime. Lucia contribuisce a questa alleanza, scrivendo le sue due prime Memorie, con le quali arricchisce la fino a qui scarna cronaca delle apparizioni e attribuisce ai due cugini un certo ruolo, di cui non si era mai saputo nulla, nell’apparizione.

Lucia non è, come essa stessa si descrive,[7] all’oscuro di quanto succede nel mondo, e non aspetta che il solo Dio le comunichi ciò che vuole. A Roma è stato lanciato da tempo l’allarme contro il comunismo, che culmina nell’Enciclica ‘Divini Redemptoris’ del 1937. Parallelo a questo documento è l’allarme lanciato dall’episcopato portoghese con le pastorali del 1935 e 1937, che invocano protezione per il paese dal pericolo del comunismo. Lucia interviene a fine 1937 con la Seconda Memoria, in cui il sotteso antirepubblicanesimo della Madonna del 1917 diviene implicito nazionalismo, grazie all’introduzione nel ciclo apparizionario della figura (in realtà non nuova nel panorama religioso nazionale) dell’Angelo del Portogallo ed alla citazione esplicita della protezione da lui promessa, tramite i pastorelli, alla nazione, in virtù delle preghiere. Tutto ciò si trasformerà in palese anticomunismo con la Terza Memoria; ma il tema della Russia, diviene subito oggetto di una vera e propria crociata che vede in Lucia la messaggera del cielo ed in Salazar (‘intellettuale organico’ della Chiesa’, quanto Franco era il ‘militare beato’) il salvatore dal comunismo. Nostra Signora di Fatima si identifica sempre più con Nostra Signora del Fascismo o Nostra Signor di Salazar.

Nel pieno della guerra civile spagnola, l’inedito nuovo messaggio circa la Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria è più politico che religioso; va ben oltre le tematiche del suo modello, ovvero la Devozione al Sacro Cuore di Gesù introdotta dalla Alacoque. La curia si compiace. E Lucia, pur non essendo una mistica, comincia a scrivere come una mistica; rielabora quella parte della storia di Fatima che è più lontana dalle tematiche socio-politiche; e comincia a parlare di improbabili profezie della Madonna. Quando parla della predizione sulla morte prematura di Francesco e Giacinta nulla lascia comunque intendere che possano esistere degli ulteriori ‘segreti’.

Nonostante la inattesa ‘novità’ delle sue rivelazioni, in realtà Lucia non afferma sostanzialmente alcunché di nuovo; di fatto riprende un argomento che da tempo interessa gli uomini di Chiesa. Si conforma ad un processo già in corso e che non dipende da lei. La stessa entrata nel Carmelo, in fondo, poteva essere vista come gradito adattamento ad una prospettiva di vita soddisfacente, piuttosto che come espressione (se non piuttosto ingenua) di aspirazioni religiose.

Nel frattempo il clero attribuisce lo scampato pericolo di una guerra civile alla consacrazione della nazione alla Madonna di Fatima, fatta nel 1936.

L’operazione politico-religiosa giunge al culmine nel 1941, quando il Vescovo chiede a Lucia di scrivere ancora su Giacinta. L’Episcopato ha da poco lanciato la sua nuova pastorale sui pericoli della guerra che travolge il mondo; per cui non potrebbe esservi migliore occasione per mettere in campo improbabili segreti (collegati in seguito alla apparizione di Luglio, sulla scia di una poco credibile testimonianza di Maria Carrera).  Per dare enfasi e verosimiglianza al suo improbabile racconto, Lucia non esita a citare l’aurora del 25 gennaio 1938, ponendola a suggello celeste dell’annuncio di una calamità che stava per colpire l’umanità. In realtà, se così fosse stato davvero, il mondo intero sarebbe rimasto, proprio per colpa di Lucia, ancora per oltre tre anni del tutto ignaro del significato del segno e dei modi in cui avrebbe potuto evitare la guerra: la più vistosa fra tutte le incongruenze di Fatima. Ancora una volta, in pratica, Lucia è più che sollecitata a scrivere su Fatima e obbedisce generosamente, inventandosi un altro bel pezzo di favola.

A questo punto, Fatima assume in pieno lo status di apparizione profetica, nel senso sia di effettiva profezia che di apparizione convalidata da profezie: non solo quella sulla guerra, ma anche quella sulla morte prematura di due dei veggenti, tema fino ad allora supposto dagli apologeti, ma non ancora confermato per iscritto da Lucia.

Ma tutto ciò non sembra ancora soddisfare il narcisismo della veggente, che lancia l’avviso di un ulteriore segreto non rivelato. La curia freme di sapere, ma lei è titubante e per mesi recalcitra; infine si convince a dire qualcosa, sentendosi vicina alla morte. Come sempre, attribuisce alla Madonna un ordine o un consenso a scrivere, ma ora deve inventarsi qualcosa di veramente nuovo, ed allora mette per iscritto una profezia criptica (o meglio, ingenua), destinata al silenzio fino alla sua morte, affinché lei sia esentata dal compito di spiegarne il contenuto ed il senso.

21.4  Il dopoguerra

Nel dopoguerra, Fatima diviene strumento fondamentale per la Chiesa, nella sua strenua lotta al comunismo. Il suo messaggio iniziale, localistico e limitato ai soli temi della penitenza e della pace, orientato come tutte le mariofanie dell’Ottocento alla edificazione di un luogo di culto locale, viene sopraffatto dalle tematiche politico-religiose.

Nonostante la segregazione in convento, Lucia vuole restare protagonista; in lei, le istanze dell’egocentrismo prevalgono sul voto d’obbedienza, spingendola ad un certo contrasto con la Chiesa istituzionale, che si focalizza per decenni sul tema della solenne ed universale ‘Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria’. Vi è un chiaro conflitto fra il suo ‘realismo verbale’ e la ‘prudenza’ della Chiesa, che cerca di non palesare troppo l’aspetto magico dell’atto richiesto, e che d’altra parte non potrebbe mai sottomettersi ai capricci ed ai ricatti di una ‘visione privata’, sia pure approvata ufficialmente. Lucia cerca con frequenti appelli di ottenere il suo scopo, che sancirebbe il pieno successo della ‘sua’ costruzione di Fatima; ma le sue armi sono spuntate a causa della clausura e dei divieti di comunicazione cui è sottoposta. Per questo, di fronte alla resistenza istituzionale è costretta a compromessi, giustificati con traballanti argomentazioni. Così, cerimonie prima ritenute non valide vengono a posteriori ritenute efficaci, perché la storia (ad esempio la caduta del comunismo) rende ciò verosimile agli occhi dei credenti, il cui consenso rafforza ancora una volta il suo autoinganno.

Con l’avvento di Giovanni Paolo II, fatimista per eccellenza, la vicenda della consacrazione della Russia si ingarbuglia. Vengono compiuti due atti ritenuti non validi da Lucia, poi un terzo che, pur senza aggiungere alcunché di veramente nuovo, viene dichiarato valido a posteriori, ad avvenuto crollo del sistema comunista.

Per chiudere la pratica Fatima manca solo l’epilogo del Terzo segreto. E qui Lucia da il suo ‘placet’ alle interpretazioni date dalla gerarchia ecclesiastica ai suoi scritti. Non tutti i fatimisti e fatimologi sono però d’accordo sulle conclusioni, e la vicenda resta tuttora sospesa.

 

21.5  Una incredibile perseveranza

In tutto il corso della sua carriera di veggente, Lucia non ha mai dimenticato quanto le era stato inculcato da bambina, ed innanzitutto che la religione ha concetti e ‘verità’ immutabili: il peccato, la penitenza, l’inferno. Per questo motivo, le sue tematiche di fondo non variano: ad esempio la certezza che il bene sia sempre diviso nettamente dal male, e che stia sempre da una parte degli uomini e del mondo; o che la formula degli atti compiuti sopravanzi il loro significato.

Le sue certezze sono ferree perché il mondo clericale che la circonda, che è il solo con cui si può confrontare, accetta quello che dice e sostiene che sta dalla parte giusta. Non conosce il dubbio, perché nessuno ha interesse a sollecitarla in tal senso. Non può minimamente supporre che la sua mente sia vittima perenne di un autoinganno, perché la teologia delle visioni a cui viene educata esalta le sue fughe dal reale.

Di qualcosa di molto importante tuttavia non si accorge: che la sua infantile immagine del mondo non l’avvicina all’autentico messaggio cristiano (amore di Dio e del prossimo), né ai momenti centrali del cristianesimo (la celebrazione della messa, la comunione fra i fedeli), ma solo ad aspetti esteriori e formali, sostanzialmente immaturi, della pratica religiosa. Il suo tardivo avvicinamento ai temi cari a Giovanni Paolo II è assolutamente posticcio.

La Chiesa da un lato la ignora o perfino la osteggia; dall’altro trova artifici teologici per servirsene a modo suo, sia nel vero senso della spiritualità, sia soprattutto a fini commerciali. L’apologetica media questo difficile rapporto fra la veggente e l’istituzione, lavorando sui materiali di Lucia (che per decenni non sono neanche conosciuti nella loro versione originale): esaltando, nascondendo, aggiustando quanto conviene o non conviene; con palesi forzature, che una attenta lettura di tutto il materiale prodotto mette impietosamente a nudo.

 

[1] Di questi e dei pochi testi critici di non religiosi, non mi occupo tuttavia in questo saggio.

[2] De La Fuente M.J., 1992.

[3] Riportato in: Bertetto D., 1954, p. 223.

[4] Roschini G.M., 1953, p. 33.

[5] Llamera L., 1949 (citato in: Roschini G.M., 1953, p. 33).

[6] Walsh invece afferma: “Non si conosce quando essa ruppe il silenzio sul suo passato di Fatima” (WAL,297).

[7]Le mie superiore desiderano che io sia all'oscuro di tutto quello che succede e io ne sono contenta. Non ho affatto curiosità. Quando nostro Signore vuole che io sappia qualche cosa, s'incarica Lui di farmela conoscere. Dispone a questo scopo di tanti mezzi” (Lettera a P. José Bernardo Gonçalves del 21 gennaio 1940. In: Martins A.M., 1973, p. 150).

 

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