Recensione a:

MARY ROACH, Stecchiti. Le vite curiose dei cadaveri.
ISBN 978-88-96-03403-3  Einaudi, 2005. pag. 249.

 di Francesco D'Alpa

Abituati per secolare tradizione cristiana alla meditazione sul disfacimento dei corpi morti ed alla esibizione di loro brandelli quali reliquie, ben poco ci dovrebbe impressionare la descrizione di ciò che in effetti avviene in essi, se redatta con l’occhio del naturalista, ed una volta scotomizzata la identificazione in qualunque corpo morto del nostro stesso allorché non saremo più.

La cruda realtà, ampiamente sottolineata da Mary Roach, è che i corpi, come tali, si può ben dire che sopravvivano alla morte, o meglio rinascano a nuova vita (e talora ad una imprevedibile nuova vita o utilizzo), a misura delle reazioni fisico-chimiche e dei processi biologici che in essi avvengono per legge di natura, sia pure secondo finalità naturali diverse da ‘prima’ (o altrimenti, per volontà di chi si prende carico di questi ancora utili corpi). Corpi dunque spesso offerti, piuttosto che alla nuda terra, al trapiantologo, all’anatomista, al tecnico della sicurezza automobilistica, a svariati altri professionisti; ma anche (in certe culture) all’antropofago; forse in futuro perfino, senza alcuna irriverenza, all’industria dei concimi. Non per questo corpi disprezzati nella processualità naturale o dimenticando ciò che prima del decesso si esprimeva attraverso di essi.

Fra le tante tematiche, l’autrice affronta attentamente e descrive con chiarezza anche quella del riconoscimento dell’incerto e temuto passaggio dalla vita alla morte, sottolineando come, nonostante i progressi della medicina, decidere se davanti a noi vi sia un ancor vivo oppure un già morto sia un dilemma che accompagna tuttora le angosce dei vivi. Su di esso, fortunatamente, i morti non possono comunque esprimere alcun parere.