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Anima e corpo

 

Se è vero, come afferma costantemente la Chiesa, che la scienza ‘materialista’ non può arrivare a comprendere la natura ultima ed il perché di tutte le cose, dove potremo trovare, se non nella teologia, le risposte al più enigmatico dei quesiti: cos’è l’anima?

La Chiesa in effetti ci ha sempre fornito delle risposte che sembrerebbero nette. Chi può dimenticare il Catechismo di Pio X, il Catechismo per antonomasia per oltre un secolo e quasi fino ad oggi? “[48] Che cos’è l’uomo? L’uomo è una creatura ragionevole, composta d’anima e di corpo”; “[49] Che cos’è l’anima? L’anima è la parte più nobile dell’uomo, perché è sostanza spirituale, dotata d’intelletto e di volontà, capace di conoscere Dio e di possederlo eternamente”.

L’apologetica, con interpretazione costante, ha spiegato tali concetti per decenni, ignorando pressoché tutto quello che nel contempo veniva compreso dalle scienze umane ‘laiche’: “Consideriamo il composto umano. Nell’uomo vi sono due parti distinte: l’una materiale, che noi ben vediamo, il corpo; l’altra spirituale, che noi non vediamo, l’anima. Né il solo corpo forma l’uomo, né la sola anima è l’uomo ; ma l’uomo perfetto risulta dall’intima unione dell’anima col suo corpo”;[1]Come il corpo dell’uomo ha i suoi sensi, così l’anima di lui ha le sue potenze che sono: l’intelligenza e la volontà”.[2]L’uomo si muta, invecchia, ma nel corpo, che, secondo i fisiologi, nel periodo di cinque, di sei o al più di sette anni, si cambia totalmente per opera della nutrizione, della respirazione, della se­crezione e di tutte le altre funzioni, proprie della vita vegetale ed animale; ma egli dopo 20, 60, 80 anni di vita non di rado mostra sempre la stessa intelligenza, la stessa volontà, le stesse passioni: è l’anima, ch’è sempre la medesima”;[3] “Quando si dice che l’anima è distinta dal corpo, non si afferma già che sia nelle sue operazioni del tutto indipendente dal corpo, poiché è per il corpo che ella si manifesta”.[4]

Come ben si vede, non si è molto lontani dallo spirito controriformista. Purtuttavia il mondo è cambiato; la teologia si deve confrontare con le scienze naturali e deve prendere posizione nella discussione scientifica sul ‘vitalismo’. La distinzione fra anima e corpo diviene più incerta: l’anima esisterebbe, come sostanza separata, ma l’accento sembra spostarsi nuovamente sulla ‘animazione del corpo’, sul suo sviluppo e sulla sua crescita: “Lasciamo ora da parte il corpo con tutte le sue sensazioni, col suo peso, colle sue dimensioni, e stu­diamo qualche po’ l’anima. E mi affretto anzitutto a dire che l’anima umana è senza dubbio più per­fetta del corpo, perché è dessa che penetra, investe, dà vita al corpo, anima cioè il corpo, e lo fa capace di operare. È l’anima che fa esistere il corpo, che stringe insieme gli elementi ond’è composto, che possiede tutte le forze che si sviluppano nel corpo, e anzichè esser contenuta dal corpo, ella contiene il corpo (S. Tomm., Summa, I p., q. LXXVI, art. 3). Il corpo è quasi direi uno strumento dell’a­nima. Ella lo prende nel suo embrione, lo nutre, lo sviluppa, lo cresce, ne ripara le parti che si logorano. L’anima è la forza che lo fa sentire, che brilla nel suo sguardo, che si manifesta nella sua parola, che gusta le armonie, che palpita nel suo cuore, che intende, ama e vuole, che stringendo a sé il corpo, lo solleva all’onore altissimo d’essere una stessa persona con lei. L’anima umana è dunque sostanza distinta e assai più eccellente del corpo; poichè se il corpo il quale ogni giorno si muta ed è uno strumento del­l’anima, tutti riteniamo che sia vera sostanza, come non sarà vera sostanza anche l’anima, che non si muta giammai, e che è la regina del corpo?”.[5]

In questo senso, qui ci si discosta alquanto da Tommaso d’Aquino e dal Catechismo tridentino: non è più l’anima che ‘infonde’ il corpo non appena questi sia in grado di riceverlo, ma l’anima stessa che sin dall’inizio ‘guida’ la formazione del corpo. Non è tuttavia un avanzamento teologico, ma la pura e semplice appropriazione teologica della riflessione scientifica, che avanza in modo inarrestabile. Ciò che manca ancora alla scienza, e che consente dunque certi voli teologici, è la conoscenza dell’intima natura dei processi biologici: esistono certo importanti indizi di una organizzazione insita nella materia, ma ancora non è possibile definirla meglio.

Prendiano ad esempio un passo del grande Claude Bernard (1813-1878), colui che con il suo concetto di ‘omeostasi’ dà la prima formulazione scientifica dell’evidente armonia funzionale del corpo umano: “L’uovo è, senza dubbio, l’elemento più meraviglioso di tutti, perché lo vediamo produrre un organismo intero. Che v’è di più straordinario di questa creazione organica, e come possiamo allacciarla alle proporzioni della materia che costituisce l’uovo?... L’uovo è un divenire; ora come concepire che una materia abbia per proprietà di chiudere proprietà e giuochi di meccanismo che non esistono ancora?... E chiaro che tutte le azioni chimiche in virtù delle quali l’organismo s’accresce e si edifica, s’incatenano e si succedono in vista di questo risultato che è l’organizzazione e l’accrescimento dell’individuo animale o vegetale. V’è in ciò come un disegno vitale che traccia il piano di ogni essere e di ogni organo… queste azioni chimiche sembrano dirette da qualche condizione invisibile, nella via che seguono, nell’ordine che incatena.... come se fossero dominate da una forza impulsiva governante la materia, facente una chimica appropriata a un fine e met­tendo in presenza i reattivi ciechi del laboratorio, alla maniera dello stesso chimico. Questa potenza d’evoluzione immanente all’ovulo..., costituisce il quid proprium della vita; perché è chiaro che questa proprietà evolutiva dell’uovo che produrrà un mammifero, un uccello o un pesce, non è né dalla fisica, né dalla chimica.[6]

Claude Bernard scrive a metà Ottocento; l’ultramicroscopia cellulare, i meccanismi dell’immunità, l’attività regolatoria del sistema endocrino, e infine le proprietà del DNA sono cose ancora lontane da conoscersi. Lo scienziato ‘laico’ non può rispondere ai tanti perché che affollano la sua mente; ma una cosa gli è chiara: all’interno di quella materia esiste una “forza impulsiva” organizzatrice, una “condizione invisibile”, un “quid proprium della vita”. Non si tratta di qualcosa che non si può in assoluto vedere e capire, ma solo di qualche cosa che più semplicemente ‘ancora’ non è stato visto e capito. Lo scienziato si ferma un passo prima di invocare il soprannaturale; non altrettanto l’apologeta, che vede nelle stesse frasi, negli stessi termini un chiaro riferimento a ciò che lui definisce con certezza ‘anima’.

La ‘scienza illuminata dalla teologia’ è invece totalmente chiusa, negli stessi anni e per molto tempo ancora, nei suoi schemi preconcetti: “è indubitato che le manifestazioni d’un essere, sono della natura stessa dell’essere, o meglio non sono che l’essere medesimo. Così la memoria è l’anima nostra che si ricorda, il pen­siero è l’anima nostra che pensa, la volontà è l’a­nima nostra che vuole; ma queste manifestazioni sono semplici, spirituali, poichè io farei ridere se dicessi un quarto di memoria, un quinto d’intel­ligenza, un sesto di volontà; dunque anche l’a­nima che le produce è semplice, spirituale. Coloro che sostengono esser materia tutto ciò ch’esiste, compreso lo stesso Dio, si dicono mate­rialisti. Per altro quel che fu detto finora, ci sembra sufficiente a mostrare l’assurdità di un sistema che mina fin dalle fondamenta la fede e la morale cristiana”.[7] Ma invece questo ‘sistema’, a ragione, già da tempo collocava nel cervello le singole ‘facoltà’ e ‘manifestazioni’ dell’anima (memoria, giudizio etc..), dimostrandole pure e semplici proprietà della materia pensante, per lo più in gran parte condivise (nel genere se non nella entità) da altri viventi, indicati invece dai teologi come ‘privi di anima intellettuale’.

L’anima cristiana

Fra ‘spirito’ ed ‘anima’ esiste in tutta la letteratura teologica una certa confusione. Il termine spirito, in particolare, accomuna diversi significati; deriva da ‘spiritus’, ovvero soffio ed è pressoché sinonimo di anima, in quanto l’anima è invisibile come il respiro e il respiro del vivente rivela la presenza dell’anima. Lo stesso ultimo Catechismo prende atto di queste difficoltà terminologiche e riconosce l’incerto uso del termine nella Bibbia.

In ogni caso, ‘animazione del corpo’ e ‘anima’, nel senso di manifestazione superiore dello spirito, sono concetti pressoché sempre abbastanza distinti teologicamente. Ancora al principio del Novecento si sostiene che “l’anima nostra è creata immediatamente da Dio ed unita al corpo, appena che esso è capace di essere unito all’anima”;[8] dunque persiste la tradizione tomistica che, come già indicato, si discosta dal senso letterale di Genesi. Ma se l‘anima si unisce al corpo solo in un tempo successivo (addirittura settimane dopo) al concepimento, come fa questo corpo a svilupparsi, visto che è l’anima che ‘forma’ il corpo? L’animazione sarebbe poi un fatto subitaneo? E Dio verrebbe ‘forzato’ ad aggiungere l‘anima ad ogni corpo in formazione?

Ancora negli anni cinquanta del Novecento, la catechesi cattolica accomuna psichismo ed anima immateriale: “Noi non veniamo dal caso perché se il caso non può formare una bambola qualsiasi, tanto meno può formare il nostro corpo così perfetto nelle sue parti e nelle sue funzioni: che dire poi a riguardo dell’anima nostra? Noi non veniamo dai bruti, perché nessuno può dare quello che non ha e i bruti non possono dare a noi l’in­telligenza, la libertà di volere, che non hanno. L’anima nostra non viene dalla generazione, come l’anima dei bruti, perché la nostra è spirituale, e ciò che è spi­rituale non può riprodursi, non avendo parti”.[9]

Ma nello stesso tempo si comincia a dovere ammettere facoltà dell’anima animale che prima si negavano: immaginazione, coscienza attuale (ma non riflessiva) delle proprie sensazioni, memoria ‘sensitiva’ (ma non ‘intellettuale’, ovvero propria dello spirito), capacità estimativa, capacità rappresentative, appetiti (amore, odio, collera, paura), volontà  dipendenti dalle sensazioni, istinti, capacità di apprendere abitudini. Non si riconosce invece all’animale capacità di ‘idee astratte’.

In questo sfaldarsi dell’idea di anima come essenza dello psichismo umano, l’unico importante discrimine fra l’anima umana e quella degli altri viventi resta la sua sopravvivenza. La spiegazione più tradizionale si articola così: “La ragione ci prova anche l’immortalità dell’anima nostra. L’anima non può cessare per propria corruzione, perché è spirituale. Si corrompe solo quello che ha parti: lo spirito è semplice, perciò non ha parti: dunque non si corrompe. L’anima nostra non cessa per la corruzione del corpo, come cessa il lume della candela quando è finita la cera; l’anima umana è di natura totalmente diversa dal corpo e perciò non dipende dal corpo nell’esistere. Che se v’ha dipendenza dell’anima dal corpo nell’esplicazione delle sue facoltà spirituali, tale dipendenza si riduce a quella che pure esiste fra il genio dell’artista e lo strumento: distrutto lo strumento, non per questo rimane distrutto il genio dell’artista. Iddio potrebbe, assolutamente parlando, distruggere l’anima, ma certo non lo farà, perché sarebbe insipienza aver creata l’anima per sua natura immortale, per poi togliere questa immortalità. […] L’anima dei bruti cessa con la corruzione del corpo, perché essa è materiale e dipende dal corpo nell’esistere, precisamente come il lume dalla cera”.[10]

Quanto coincidono allora l’anima ed il corpo? La teologia sembra avere idee piuttosto chiare su questo argomento, nonostante il giudizio sulla incommensurabilità fra l’anima e le cose del corpo: “In rapporto poi all’anima umana dobbiamo ritenere:1° essa, perché spirituale, non ha parti; quindi è tutta in ciascuna parte del corpo; 2° l’anima spirituale è principio non solo della vita intellettiva, ma anche della vita sensitiva e vegetativa; essa, infatti, essendo superiore agli altri principii di vita materiale, quali sono le anime degli animali e delle piante, ha in sè la loro virtù; quindi l’uomo ha un’unica anima, quella spirituale; 3° l’anima umana, essendo stata creata per essere unita al corpo e per costituire con il corpo la natura umana nell’esercizio delle sue facoltà spirituali, dipende dal corpo, come l’artista dipende dagli strumenti dell’arte sua. Ecco perché, quando il corpo non è sufficientemente sviluppato, come nei bambini, non si ha l’uso di ragione, oppure, quando non è ben conformato, si hanno casi di pazzia e deficienza. L’anima è la parte spirituale dell’uomo per cui egli vive, intende ed è libero”.[11]

Ma la questione è tutt’altro che assodata. Torniamo indietro nel tempo, all’epoca in cui il dottore della Chiesa Alfonso de Liguori (1696-1787), trattando le problematiche del battesimo, sentenziava, attingendo pienamente alla tradizione, che “i capelli non sono animati, nondimeno non sono puri escrementi, ma vere parti del corpo; com’è anche la cute esterna del corpo, che neppure è animata”.[12] Al di là di una ignoranza della biologia, solo parzialmente giustificata dai tempi, sono chiare la non coincidenza fra corpo ed anima e la differenza fra parti del corpo animate e parti non animate; come la pelle, che pur essendo dotata di sensibilità, non sarebbe comunque animata. Questa catechesi tradizionale è ancora viva due secoli dopo: “il corpo viene dalla terra e alla terra ritorna: l’anima viene da Dio e deve ritornare a Dio. L’anima Dio non l’ha tratta dalla terra, ma l’ha creata dal nulla. Non solo l’anima del primo uomo, ma anche la nostra, è venuta così direttamente da Dio per immediata crea­zione”.[13]

Ma altri teologi propugnano una concezione radicalmente opposta: “Ogni corpo ha una forma; non può esistere un corpo senza una forma […] Ora è precisamente il nostro spirito che anima il nostro corpo. Io ho il diritto di dire che sono un corpo vivente e questo è corretto. Posso dire anche che sono un’anima vivente, e anche questo è corretto. Ma non posso dire che ho un corpo, perché dicendo questo faccio del corpo, che io sono, una cosa diversa da me stesso. Così pure se dico che ho un’anima, faccio di quest’anima qualcosa di diverso da me stesso. Di fatto, questo corpo vivente, questo organismo vivente che io sono, e questa anima vivente che io sono, non sono due cose ma una cosa sola. Se non c’è struttura, se non c’è anima, neanche c’è corpo: c’è soltanto polvere. Si può dunque dire che l’anima è l’essenza stessa del corpo organizzato”.[14]

Catechisti ed apologeti in pratica oscillano fra l’una e l’altra posizione. Ed in questo limbo fra materia e spirito, fra materialità del corpo e psichismo dell’anima, restano sospese, secondo l’attuale Catechismo, anche le passioni: “Le passioni sono componenti naturali dello psichismo umano; fanno da tramite e assicurano il legame tra la vita sensibile e la vita dello spirito” (CCC, 1764); ed anche: “Le passioni in se stesse non sono né buone né cattive. Non ricevono qualificazione morale se non nella misura in cui dipendono effettivamente dalla ragione e dalla volontà” (CCC, 1767).

Una diversa incertezza la riscontriamo intorno ad un altro quesito: è l’anima che unendosi o no al corpo lo fa vivere o morire, oppure è il corpo che permette o impedisce all’anima di operare? Anche uno stesso autore finisce per contraddirsi. Prendiano un esempio a caso, l’ampio testo catechistico-apologetico di Leslie Rumble e Carlo M. Carty del 1958. In un primo tempo si sostiene: “Il corpo umano vivo non è un cadavere; la differenza, che passa tra il corpo vivo e il cadavere dell’uomo, è l’ani­ma. Il corpo morto non può né muoversi, né mangiare, né pensare, né esprimersi, né godere, né essere infelice. Il cor­po morto non è capace di fare altro che dissolversi e ritor­nare in polvere. Che cosa impedisce adesso al mio corpo di dissolversi e ritornare in polvere? È la mia anima. Bisogna infatti che dietro ogni attività ci sia un principio di ope­razione. Nell’uomo che pensa, ama, gioisce o soffre, il prin­cipio di operazione è una cosa assolutamente reale. Tale principio non è il nulla, ossia non è qualche cosa che vale ancora meno del corpo al quale dovrebbe dare vita. Tale principio non è una sostanza chimica, poichè nessun medico, esaminando un cadavere, riesce a scoprire quale sostanza chimica manchi, per dare a quel corpo la vita”.[15] Successivamente invece si afferma: “Quando è unita al corpo, l’anima, per ope­rare, si serve delle facoltà del corpo. Se gli strumenti, ossia i sensi diventano incapaci di operare, nemmeno l’anima sa­rà più capace di operare in modo conveniente, finchè resta unita al corpo. Invece, appena l’anima si separa dal corpo, la sua intelligenza, la sua volontà e la sua capacità di ama­re entrano subito in azione. […] Formando l’es­sere umano, anima e corpo sono i due elementi che devono essere in buone condizioni per poter collaborare alle attivi­tà dell’essere umano corporeo. Finchè resta unita al corpo, l’anima non è capace di operare separatamente come unità distinta. Una volta separata dal corpo, l’anima è capace di operare indipendentemente [… ] Le bestie non sono capaci di compiere le operazioni che trascendono le condizioni della ma­teria: non si innalzano dall’ordine dei sensi all’ordine del­l’intelletto. Le bestie sono anche prive di intuito morale. Le anime delle bestie dipendono dunque dalla materia, sia riguardo al loro essere, sia riguardo alle loro operazioni. Alla morte, le anime delle bestie cessano di esistere”.[16] Non si riesce davvero più a capire dove sia finito il concetto tradizionale.

Attualmente l’anima non può essere certamente identificata con l’io cosciente delle scienze laiche. Non è neanche la somma di quelle proprietà della mente la cui descrizione ha infranto irreversibilmente l’idea antica di unitarietà dello spirito (memoria, volontà etc…).

L’anima cristiana sembra perfino scomparsa dai testi cattolici di bioetica; in cui non risuona nessuna eco dei decreti tridentini, secondo cui fra l’altro l’anima è ‘obbligata’ a riunirsi al corpo, dopo la resurrezione finale, per potere operare compiutamente.

Il corpo di Adamo ed il corpo risorto

Nel pieno senso letterario di Genesi, come a smentire qualunque ‘salto ontologico’ fra animale e uomo, il corpo originario di Adamo era già perfetto: “Quando pensiamo come, secondo gli amorevoli disegni della Provvidenza, sarebbe stato perfetto e beato anche il nostro corpo nel paradiso terrestre, senza il peccato del nostro primo padre Adamo, abbiamo tutte le ragioni di dolerci di quel para­diso perduto. Senza pena e affanni, in sanità e for­ze sempre fiorenti, scorreva una vita pienamente felice. Ogni suo bisogno era tosto soddisfatto, ogni suo desiderio subito esaudito. Corpo e anima era­no sempre in perfetta armonia. Il corpo era libero da ogni molestia dentro e fuori. Non conosceva fame né sete, non s’ammalava, non invecchiava, la morte non s’accostava col corteggio dei mali suoi messaggeri. Che vita giocondissima su una terra ric­ca di fiori, di frutti, mai turbata dalla tempesta, né contristata dai rigori delle stagioni, dove non aveva luogo alcuna miseria o necessità, donde era bandito ogni guaio e angustia, né udivasi alcun lamento!”.[17]

Così, l’anima immortale ed il corpo risorto dovrebbero ripresentare le caratteristiche che furono dei progenitori Adamo ed Eva. Più esattamente, nel corpo risorto tutto ciò che oggi sentiamo come strettamente ‘terreno’ (nel senso di natura decaduta), verrebbe ‘purificato’, reso simile a ciò che avvenne per il corpo di Cristo resuscitato: ‘spiritualizzato’, ‘penetrabile’ (ovvero capace di attraversare mura e pareti come se queste non esistessero), ‘agibile dallo spirito’ (dunque non più sottomesso a leggi fisiche, capace di muoversi colla velocità del pensiero e in perfetta armonia collo spirito), ‘perfetto’ (senza alcun difetto e stabilizzato nello stato più perfetto, quello della gioventù).

Questo corpo risorto è comunque ancora fin troppo un corpo ‘terreno’: “La natura non viene annientata dal­la grazia e dalla gloria, ma nobilitata, perfeziona­ta e trasfigurata. Tutto ciò che potrebbe anche solo pregiudicare la bellezza e il godimento nel corpo, scompare nel corpo risuscitato. Rimarranno tutte le possibilità che possono dar piacere e gioia ai beati, e saranno perfettamente sopite le potenze destinate alla conservazione dell’individuo e della specie. Nella gloriosa società dei risuscitati non si mangerà, né si berrà più, né si desidereranno e si faranno nozze, sebbene nei corpi risorti rimanga la distinzione dei due sessi. Il corpo dunque godrà in tutte le sue membra e con tutti i sensi una so­vrabbondante beatitudine. Gli occhi, le orecchie, il gusto, il tatto saranno saziati di diletti e dolcezze meravigliose. E questa felicità corporale, in quanto si compie per mezzo dell’ordine naturale, nella vi­ta dei beati riceve la sua corona per l’armonia perfettissima tra lo spirito e il corpo”.[18] E più che terreno ed antropomorfo è lo spazio vitale intorno ad esso: infatti, “coloro che, in terra, intimamente si conobbero e si amarono, sposo e sposa, genitori e figli, fratelli e sorelle, pa­renti e amici si rivedranno nell’altra vita con gli occhi del corpo glorioso e, per la prima volta, nel­lo splendore della grande trasfigurazione si mire­ranno in faccia e si abbracceranno!”.[19]

 

 

 

[1] Dianda G., 1911, p. 181.

[2] Dianda G., 1911, p. 72.

[3] Dianda G., 1911, p. 182.

[4] Dianda G., 1911, pp. 183-184.

[5] Dianda G., 1911, p. 185.

[6] Bernard C., Philosophie générale. Citato in: Torcoletti L.M., 1925, p. 154-155.

[7] Dianda G., 1911, p. 180.

[8] Dianda G., 1911, p. 189.

[9] Annoni A., 1953, p. 9.

[10] Annoni A., 1953, p. 40.

[11] Annoni A., 1953, pp. 39-40.

[12] De Liguori A., ed. 1880, p. 310.

[13] Bonatto G., 1954, p. 33.

[14] Tresmontant C., 1970, pag. 346.

[15] Rumble L., Carty C.M., 1958, p. 33.

[16] Rumble L., Carty C.M., 1958, pp. 40-41.

[17] Monticone S., 1947, pp. 310-311.

[18] Monticone S., 1947, p. 311.

[19] Monticone S., 1947, p. 313.

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