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Evoluzionismo, mutazionismo, creazionismo

 

L’evoluzionismo definisce, con rigore scientifico, una convinzione che era andata lentamente maturando, soprattutto durante il Settecento: la storia del mondo si sarebbe sviluppata attraverso processi di graduale modificazione. Questa spiegazione si opponeva decisamente alle idee ‘storiche’ tramandate dalla Bibbia, sulla cui scia avevano avuto grande successo fra i teologi le ipotesi catastrofiste, predominanti fino a Ottocento inoltrato, secondo le quali eventi eccezionali come il diluvio avevano avuto importanza decisiva nel modellare il mondo.

L’evoluzionismo si oppone in modo assoluto al fissismo, inequivocabilmente presentato in Genesi, ed alla base della classificazione delle specie viventi operata da Linneo (1707-1778) il quale aveva dichiarato: “species tot enumeramus quot a principio creavit infinitum ens” (“Numeriamo tante specie quante in principio furono create dall’Ente infinito”). Secondo alcuni non si opporrebbe invece, almeno in linea di principio, al creazionismo, se non quando fissismo e creazionismo vengano fatti coincidere.[1] Ma certo non è stato questo il senso della polemica antidarwinista, condotta per decenni facendo di fatto coincidere fissismo e creazionismo.

Nel 1901 il botanico olandese Hugo De Vries (1848-1935) propose la teoria dei ‘fattori interni’ (o ‘mutazionismo’), che poteva spiegare i passaggi da specie a specie previsti dalla teoria dell’evoluzionismo: se si colpiscono le cellule della riproduzione, ad esempio con raggi X, si producono in esse delle modificazioni in grado di trasmettersi ereditariamente. Si trattava della prima prova sperimentale a supporto dell’ipotesi evoluzionista, ma l’apologetica sembrò incassare bene il colpo: l’insufflazione dell’anima umana nel ‘limo organicato’ o in un essere inferiore poteva avere ben prodotto in lui quel salto (soprattutto in senso psichico) che costituisce l’ominizzazione; le incertezze riguarderebbero semmai solo la questione se tale insufflazione sia avvenuta in un organismo adulto o in un embrione. Resterebbero aperti però due grossi problemi: Adamo allevato da creature non intelligenti e l’oscurità sulla origine di Eva.

Il creazionismo è invece una spiegazione non scientifica della natura, dell’origine e del fine del mondo, degli esseri viventi e dell’uomo stesso; la convinzione, in particolare, che tutto l’universo, le specie animali e l’uomo siano stati creati così come appaiono tutt’oggi, in pieno accordo con il senso letterale di Genesi. Genesi, in sostanza, dovrebbe essere letto anche come un libro scientifico.

Sotto l’etichetta del creazionismo i cattolici invece raggruppano oggi (di fatto emarginandoli) tutti quei gruppi di pressione ideologica che si richiamano ad una interpretazione ‘fondamentalista’ della Bibbia, dimenticando il fatto che tutto il cattolicesimo è stato nel corso della sua storia ‘fondamentalista’, e solo a partire dall’Ottocento era stato compiuto qualche tentativo di conciliare evoluzionismo e creazionismo, in particolare ad opera di John Henry Newman (1801-1890).

Alla metà del Novecento, le interpretazioni creazioniste di Genesi erano sostanzialmente tre: 1) creazione in fasi successive, secondo il racconto letterale biblico, per cui i salti da un genere all’altro di viventi si spiegano con differenti atti creativi; 2) creazione di forme iniziali di vita che poi si sono progressivamente evolute e differenziate; 3) creazione ‘indiretta’ della vita (in qualche modo ‘latente’ nella materia), ponendo un ‘seme di vita’ nella materia, che poi si sarebbe evoluta senza ulteriori interventi diretti.

Quest’ultima ipotesi viene sviluppata nella più recente formulazione delle dottrine creazioniste, il cosiddetto “disegno intelligente”, secondo cui nella storia del mondo si sono certamente verificati dei cambiamenti, anche in senso evolutivo, ma sempre derivanti da una diretta azione di Dio, da un suo ben preciso progetto, che è inscritto nella stessa natura, e che può essere provato empiricamente.

Non si tratta solo di idee fondamentaliste, giacchè lo stesso commento ufficiale all’attuale Catechismo della Chiesa cattolica adopera un linguaggio similare, anche se poi ribadisce il principio antropogenetico: “Naturalmente, Dio avrebbe potuto creare un mondo migliore del nostro. Lo avrebbe potuto creare “tutto in una volta”, senza questo processo di perfezionamento e di cambiamento a cui siamo sottoposti. Non lo ha fatto così. Non possiamo entrare nelle intenzioni divine. Però ci è lecito pensare che con questa “perfettibilità” che Dio ha voluto lasciare aperta nella sua opera, ha voluto dare all’uomo la possibilità di cooperare nell’opera creatri­ce. L’uomo, nella sua libertà, perfeziona se stesso e contemporaneamente il mondo che lo circonda. Il mondo è una sfida per l’uomo e la sua creatività”.[2]

L’ipotesi del ‘disegno intelligente’ non fa altro che riproporre i principi cardine di quella che fino al diciottesimo-diciannovesimo secolo, prima dell’emergere di una vera scienza evoluzionista, veniva denominata ’teologia naturale’: Dio ha creato con sapienza la natura, nella quale sono evidenti le prove della sua azione e tutti gli adattamenti degli organismi all’ambiente sono dimostrazione della bontà di tale intervento. Di fronte a questa spiegazione aprioristica e mitica, insorsero prima i filosofi illuministi (Hume, Voltaire, Diderot), poi gli uomini di scienza come Charles Darwin (1809-1882).

Il ‘disegno intelligente’ è forse poco interessato al mondo dei non viventi, certamente molto di meno di quanto lo era il concetto tradizionale di ‘Provvidenza divina’. In ogni caso, l’ipotesi della creazione ‘indiretta’ della vita non è altro che la riformulazione moderna di una proposizione di Aristotele: “un vivente è costituito da una molteplicità materiale e da un principio formale che unifica, integra e informa questa molteplicità di elementi. Un occhio morto, un dito morto non sono realmente un occhio e un dito, ma un’apparenza, come un dipinto; e non si può indicare col medesimo termine un occhio vivo, capace di vedere e l’occhio del cadavere se non per abuso di linguaggio”.[3] Dunque, un corpo vivente è un corpo animato, altrimenti ‘non è’, quando l’anima se ne distacca, non resta un corpo, ma un cadavere, cioè un ammasso, una molteplicità pura e semplice di elementi chi­mici che si dissociano e si disperdono.

Questo genere di argomentazioni non riesce tuttavia a differenziare qualitativamente l’anima umana da quella animale, non riesce a dargli uno statuto diverso dal semplice principio organizzatore presente in tutti i viventi.

Il fondo concettuale è inoltre sempre dualista: presuppone che l’anima umana (principio autonomo) possa pienamente manifestarsi solo quando il corpo umano è così perfezionato da ospitarla convenientemente.

Ma l’evidenza scientifica è oggi assolutamente diversa: esiste nella scala dei viventi un continum nel grado di espressività del complesso ‘anima’-corpo, ed ogni ‘anima’ è tale e quale la esprime un corpo.

La Provvidenza

Il concetto di Provvidenza si riferisce innanzitutto all’ordine che sembra governare l’Universo: “Quello che più ci colpisce nel mon­do è l’ordine meraviglioso e costante di tutte le cose: ogni essere ha la sua determinata sfera d’azione, ha i mezzi adeguati per raggiungere il suo fine, il suo bene, ma su­bordinatamente al bene superiore; per cui, il bene degli individui è subordinato al bene della specie, il bene delle specie inferiori a quello delle specie superiori, il bene delle parti a quello del tutto; e così le forze più diverse e più opposte convergono verso un unico fine. Ordine ed armonia, sono una realtà sempre presente, perché con costanza sorprendente quest’ordine e quest’armonia sopravvivono alla morte, alla scomparsa dei singoli elementi, che a mano a mano li costituiscono. Noi abbiamo dunque la molteplicità ridotta all’unità, il disordine ridotto all’ordine, l’indeterminato al determinato. Ma, senza un fine che attragga questi agenti naturali e ne determini e ne diriga l’attività, essi non potrebbero uscire dalla loro indetermi­nazione e confusione per produrre gli effetti che mirabil­mente e costantemente producono. Dunque è impossibile spiegare quest’ordine mirabile e costante senza una causa capace di prestabilire il fine, senza un’intelligenza ordi­natrice. Ma questa intelligenza ordinatrice deve essere distinta dalla natura, perché la natura, se si eccettui l’uomo, si dimostra assolutamente priva di intelligenza”.[4]

Ma quest’ordine non è fine a se stesso; il vero fine è l’uomo: “Lo scopo finale dell’ordine dell’universo, in quanto si può contemplare e sperimentare quag­giù, di quell’ordine che abbraccia il passato come il presente, non dimenticando l’avvenire, è l’uomo. Egli, alla sua comparsa, trova infatti realmente co­me tutto serva al suo sviluppo fisico, intellettuale e morale, sentendosi così sollevato al di sopra del­le altre creature, collocato in quel seggio che la Provvidenza gli ha destinato e preparato fin dal principio del mondo”.[5]

Questa idea di Provvidenza richiama fin troppo il ‘disegno intelligente’: “L’impianto non è ultimato che alla su­perficie. La terra non contiene ancora nelle sue viscere i minerali, il salgemma, il carbon fossile, la nafta, che un giorno saranno indispensabili al­l’uomo per lo sviluppo della sua civiltà e delle sue industrie. E allora la Provvidenza ritarda di se­coli e secoli la comparsa della creatura intelligente e privilegiata che dovrà poi riempire e possedere tutta la terra, per preparare anche tutti questi materiali di costruzione, di riscaldamento e di forza motrice. Lo sviluppo progressivo della civiltà già esi­ste nel piano della Provvidenza, ed Essa perciò vuole che la terra contenga, nelle sue profondità, dei materiali di costruzione diversi, gli uni più resistenti, gli altri che potranno esser lavorati più facilmente per costruire macchine, fabbricare e­difici; contenga minerali da cui l’uomo imparerà ad estrarre i metalli e quelle mille sostanze ognu­na delle quali diventerà un giorno oggetto di un ramo speciale dell’industria.[…] Per condire le vivande, per preservarle dal­la corruzione è necessario il sale, ed ecco la Prov­videnza segregare dall’immensità degli oceani estesi laghi salati, i quali prosciugandosi per l’eva­porazione, creano imponenti strati di salgemma, che riforniranno poi interi popoli. Un giorno la terra sarebbe stata corsa in ogni parte, gli oceani sarebbero stati solcati in ogni sen­so da macchine a vapore, e, per alimentare queste, è necessario un combustibile più concentrato del legno. Ed ecco la Provvidenza in un lungo pe­riodo di vegetazione quanto mai lussureggiante, fa sorgere immense foreste, le quali poi abbattute da cataclismi terrestri, sono sepolte sotto cumuli di detriti minerali, poi sostituite da altre condannate allo stesso destino, creando così i grandi bacini carboniferi. […] La terra poi per soddisfare il senso estetico dell’uomo doveva avere varietà di panorami, in cui la monotonia delle pianure fosse rotta da pog­gi e da montagne, la poesia dei ruscelletti, dei tor­renti, dei fiumi, dei laghi si alternasse alla mae­stà dell’orrido montano, le ridenti riviere, le lus­sureggianti isole rompessero la cupa, opprimente uniformità dell’oceano, ed ecco che per mille e mille vulcani, per sconvolgimenti provocati da forti scosse di terremoto, per mezzo d’imponenti ghiacciai, sorgono le catene dei monti, si formano le ridenti colline con le loro fresche vallate in cui scorrono i torrenti e i fiumi”.[6]

Ma in tutto questo ragionamento c’è una vistosa incongruenza. Torniamo ad una catechesi tradizionale:  “Il genere umano al presente non si trova nello stato, nel quale per ordine di Provvidenza originariamente era costituito. In quella primitiva condizione di innocenza non vi erano, e non ci dovevano essere per gli uomini sciagure di nessuna fatta. Peccò l’uomo, e colla colpa attirò così i mali che affliggono il genere umano”.[7] Nello stato originario, si è sempre detto, l’uomo ricava direttamente dalla terra tutto quanto gli serve, senza lavorare; non ha bisogno di industrie, di inventare nulla. Tutto ciò gli è invece necessario dopo il peccato originario. Ne consegue un assurdo: il mondo è già formato, prima del peccato originario, in funzione del fatto che dopo il peccato originario l’uomo dovrà servirsene in un certo modo! Non è una estrapolazione arbitraria, ma una precisa presa di posizione dell’apologetica; così infatti, per fare un esempio del Novecento, si esprimeva  Geremia di S. Paolo della Croce: “Tutti gli elementi eseguiscono sempre ciecamente i cenni della volontà di Dio. Nell’abisso inscandagliabile dell’eternità, prima an­cora della creazione degli spiriti e degli uomini, con decreto particolare e distinto da ogni altro decreto, Iddio stabilì che, in quel convento religioso, in quella stagio­ne, si sviluppasse un’influenza, che colpisse alcuni gra­vemente, altri leggermente, altri lasciasse immuni. Sta­bilì che, in un dato periodo della nostra vita, ci colpisse una malattia, la quale interrompesse ogni nostra attività e ci gettasse nell’inerzia e nella impotenza. In tutti questi eventi, noi dobbiamo chinare reverentemente la fronte ed adorare, con spirito di fede, la santa volontà di Dio. Se noi ci lamentassimo, ci ribelleremmo alle sapienti disposizioni del nostro Padre Ce­leste. Come senza il suo santo volere non cade dal nostro capo un capello, così non entra nel nostro corpo, a sconcertarne gli umori, un solo microbo”.[8] L’universo darwiniano è certamente molto più libero rispetto a questo determinismo assoluto del mondo non umano.

Per superare queste difficoltà, il lavoro nel paradiso terrestre viene eventualmente dipinto come una sorta di piacevole passatempo cui Adamo ed Eva potevano dedicarsi a loro piacere e discrezione: “l’uomo era anzitutto necessariamente, es­senzialmente agricoltore. Il suo mondo, il suo uni­verso era lì: erbe e alberi e ciò che si nutre di essi. Egli sarebbe stato così anche nel paradiso ter­restre, sebbene allora il suo lavoro rivestisse un al­tro carattere, fosse, cioè, il lavoro dell’uomo ricco, felice, che per diletto coltiva le rose, raccoglie frutti, abbellisce la sua dimora. Era il lavoro del poeta, del contemplatore, che sentono le armonie del mondo e danno loro una voce perchè salgano sino al cielo. Perciò egli, anche decaduto, non sentiva per il lavoro la ripugnanza invincibile che sentiva per il dolore e per la morte. Egli lo amava, riconosce­va che era una legge della natura, industriosa, in­ventrice, ardente”.[9]

Su questo fatto che il lavoro nel paradiso terrestre fosse un diletto aristocratico piuttosto che un obbligo non concordano certo tutte le voci cattoliche; come per esempio chi scrive così: “Tutte dunque le creature lavorano nel cielo e sulla terra per mantenere il sempre minacciato ma mai pericolante equilibrio del mondo. E se lavorano tutte le creature inanimate e animate, benché sprovviste d’intelligenza e inca­paci d’amore, ciechi strumenti della Provvidenza che li sostiene e muove per i suoi fini sapientissi­mi, non dovrà lavorare l’uomo? Egli, unico capa­ce d’un lavoro intelligente e consapevole, ordina­to a un fine che lo rende quasi partecipe del pote­re creativo? Per volontà della Provvidenza, a cui la natu­ra medesima non può in alcun modo ribellarsi, il lavoro che è legge universale e inappellabile per gli altri esseri, diventa non solo una legge fisica, ma un dovere per l’uomo, anzi uno dei supremi e più universali doveri a cui sarebbe stato obbliga­to anche innocente giacché Iddio l’aveva posto nel paradiso terrestre perché lo custodisse. La Provvidenza, lavoratrice eterna che da quando diede principio all’universo, ha sempre la­vorato e sempre lavora, non poteva creare, né tol­lerare un uomo ozioso”.[10]

Come è bene evidente, ciascun autore non si limita a scrivere con parole proprie un storia comunemente nota, ma decisamente scrive una ‘propria’ storia della creazione e della caduta.

 

 

[1] Così la pensa padre Rafael Pascual dell’ Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in: Teorie evoluzionistiche e magistero della Chiesa. http://xoomer.alice.it/movazzvc/documenti/Teorie evoluzioniste e Magistero della Chiesa - Rafael Pascual.doc

[2] Ladaria L.F., 1993, p. 683.

[3] Aristotele, Dell’Anima, II, 1.

[4] Gaetani F.M., 1941, pp. 32-33.

[5] Monticone S., 1947, p. 11.

[6] Monticone S., 1947, pagg. 15-17

[7] Giovannini E., 1900, p. 14.

[8] Geremia di S. Paolo della Croce, 1950, pp. 165-166.

[9] Monticone S., 1947, pag. 208.

[10] Monticone S., 1947, pag. 23.

 

 

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