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Magistero ed antievoluzionismo

 

Quattro importanti documenti magisteriali definiscono la posizione ‘ufficiale’ della Chiesa rispetto all’evoluzionismo oltre che, più in generale, alle problematiche introdotte dal modernismo teologico. Tre di questi sono relativi al papato di Pio X: il Decreto della ‘Suprema Sacra Inquisizione Romana ed Universale’ “Lamentabili sane exitu” del 3 luglio 1907, l’Enciclica “Pascendi dominici gregis” dell’ 8 settembre 1907, il Motu proprio “Praestantia Scripturae Sacrae” del 18 novembre 1907; il quarto, di Pio XII, è l’Enciclica ‘”Humani generis” del 22 agosto 1950.

Nei primi tre testi l’evoluzione in senso darwiniano ed il trasformisno in genere sono implicitamente rigettati sulla base di un principio d’autorità fondato sul significato letterale di Genesi; nel quarto, pur ammettendosi esplicitamente l’esistenza di un serio problema scientifico che tocca la fede, non per questo si vuole rinunciare alla tesi tradizionale.

Oltre questi documenti, va tenuta presente l’enciclica “Providentissimus Deus” che sancisce, prima di essi, l’inerranza biblica.

L’Enciclica “Providentissimus Deus”

L’ampia variabilità di idee manifestate dalla Chiesa, rispetto a tutta la problematica della generazione dei viventi e dei rapporti fra anima e corpo, mette in gioco il problema dell’infallibilità del magistero. Infatti, laddove vengono smentite, più o meno esplicitamente, convinzioni radicate, sorge il problema se le affermazioni da rigettare (provenienti dalle Sacre Scritture o dalla tradizione) non godessero del crisma della infallibilità.

Si tratta di un concetto ben presente nel pensiero cattolico, molto prima della sua definizione dogmatica; e, per molti autori, di applicazione assai più estensiva rispetto a quanto lo si definirà dogmaticamente in seguito. Alfonso de Liguori, per esempio, sostiene con decisione che “tutte le definizioni fatte ex cathedra dal papa sono infallibili, e la sua potestà è sopra i concili, i quali dalla sua conferma acquistano la loro fermezza ed infallibilità”;[1] dunque ben oltre le sole questioni di fede e costumi. Non è problema da poco; prova ne è la discussione che se ne fece nel corso del Concilio Vaticano II, durante il quale fu proposta l’approvazione di un documento che ponesse il sigillo della “immunità assoluta dall’errore in tutta la sacra Scrittura […] in qualsiasi cosa religiosa e profana”, considerando che in passato era già stata dannata una proposizione che limitava l’inerranza alle sole cose di fede e costumi.[2]

Con l’Enciclica “Providentissimus Deus” del 1893, Leone XIII afferma solennemente, sullo sfondo del dogma dell’infallibilità papale, che l’inerranza della Bibbia oltrepassa le sole cose ‘di fede e di costume’; infatti, “non è assolutamente permesso o restringere l'ispirazione soltanto ad alcune parti della sacra Scrittura, o ammettere che lo stesso autore sacro abbia errato. Infatti non è ammissibile il metodo di coloro che risolvono queste difficoltà non esitando a concedere che l'ispirazione divina si estenda alle cose riguardanti la fede e i costumi, e nulla più, stimando erratamente che, trattandosi del vero senso dei passi scritturali, non tanto sia da ricercarsi quali cose abbia detto Dio, quanto piuttosto il soppesare il motivo per cui le abbia dette. Infatti tutti i libri e nella loro integrità, che la chiesa riceve come sacri e canonici, con tutte le loro parti, furono scritti sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, ed è perciò tanto impossibile che la divina ispirazione possa contenere alcun errore, che essa, per sua natura, non solo esclude anche il minimo errore, ma lo esclude e rigetta così necessariamente, come necessariamente Dio, somma verità, non può essere nel modo più assoluto autore di alcun errore”. Concordemente, più avanti afferma: “Tutti i padri e dottori erano talmente persuasi che le divine Lettere, quali furono composte dagli agiografi, sono assolutamente immuni da ogni errore, che non pochi di quei passi che sembrano presentare qualcosa di contrario e di dissimile (e cioè quasi i medesimi che ora vengono proposti come obiezioni sotto il nome della nuova scienza) cercarono non meno sottilmente che religiosamente di comporli e conciliarli tra loro, professando all'unanimità che quei libri, sia interi sia nelle loro singole parti, erano in pari grado divinamente ispirati e che Dio stesso, che parlò per mezzo dei sacri autori, non poté affatto ispirare alcunché di alieno dalla verità”.

L’ammonimento ai modernisti è più che esplicito: molte obiezioni della ‘nuova scienza’ toccano affermazioni bibliche che la Chiesa ritiene non possano contenere nulla di “alieno dalla verità”; “soppesare” il motivo per cui Dio potrebbe avere detto certe cose in modo non letterale, nascondendole dietro espressioni ingenue o allegoriche, è una vera e propria eresia. Il problema sta dunque nella nostra mente, siamo noi a non capire; “nulla può ricavarsi dalla natura delle cose, nulla dai documenti della storia che realmente sia in contraddizione con le Scritture” e su ciò che ‘sembra’ in contrasto con i nostri dati e le nostre idee conviene sospendere il giudizio in attesa che il tempo dimostri che era la Sacra Scrittura ad avere ragione: “molte cose infatti di ogni ramo delle scienze che per lungo tempo furono oggetto di grande opposizione contro la Scrittura, ora sono cadute come vuote; parimenti non poche cose di certi passi scritturali, non riguardanti precisamente la fede e i costumi, furono un tempo proposte nell'interpretazione, di cui poi più rettamente poté giudicare una più acuta investigazione. Il tempo infatti cancella sì i commenti delle varie opinioni, ma "la verità rimane e conserva il suo valore in eterno"”.

La chiusa dell’Enciclica è significativa conferma del suo tono generale: “Esortiamo infine con paterna carità tutti i discepoli e i ministri della chiesa ad accedere alle sacre Scritture sempre con sommo affetto, fatto di rispetto e di devozione, poiché l'intelligenza salutare delle stesse non potrà mai essere elargita com'è necessario, se non sarà rimossa l'arroganza della scienza terrena, e se non si dedicheranno santamente allo studio fervente di quella sapienza che è al di sopra della terrena (cf. Gc 3,15-17). Una volta che la mente si sia introdotta in tale studio e venga quindi illuminata e fortificata, avrà poi la mirabile capacità di discernere quali siano gli inganni della scienza umana ed evitarli, di raccogliere i veri frutti della scienza e riferirli ai beni eterni”. ‘Arroganza’ ed ‘inganno’ sono due termini abusati nella polemica clericale contro il ‘falso’ progresso.

L’apologetica cattolica applica pedantemente, per decenni, lo spirito di questa Enciclica, sostenendo che “ogni pagina della Bibbia, ogni frase in essa conte­nuta è stata scritta sotto l’ispirazione divina […] E conseguentemente ogni pagina, ogni frase della Bibbia è immune dall’errore, ed esclude l’errore con tanta necessità quanto è necessario che Dio, somma Verità, non sia né possa essere autore di alcun errore”.[3]

Perfino Pio XII, nella “Humani generis”, dà una interpretazione ancora piuttosto estensiva dell’inerranza biblica: “Con audacia alcuni pervertono il senso delle parole del Concilio Vaticano con cui si definisce che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura, e rinnovano la sentenza, già più volte condannata, secondo cui l'inerranza della Sacra Scrittura si estenderebbe soltanto a ciò che riguarda Dio stesso o la religione e la morale”.

La catechesi più recente si è però allontanata da questi eccessi, e così nell’attuale Catechismo della Chiesa Cattolica il dogma viene apparentemente proposto nella sua accezione più restrittiva, e cioè limitatamente alle cose di fede e di costume: “”Di questa infallibilità il ro­mano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando, quale supremo pa­store e dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale... L’infallibilità promessa alla Chiesa risiede pure nel corpo episcopale, quando questi esercita il supremo Magistero col successo­re di Pietro” soprattutto in un Con­cilio Ecumenico. Quando la Chiesa, mediante il suo Magistero supremo, propone qualche cosa “da credere come rivelato da Dio” e come insegnamento di Cristo, “a tali definizioni si deve aderire con l’ossequio della fe­de”. Tale infallibilità abbraccia l’intero deposito della Rivelazione divina” (CCC, 891).

È incerto comunque se con l’espressione “intero deposito della Rivelazione divina” non si possano intendere anche cose diverse dalla fede e dai costumi, quali ad esempio la cosmologia di Genesi o la creazione particolare dell’uomo, soprattutto in quanto queste asserzioni sono intimamente connesse alle verità rivelate. A tal proposito, un successivo articolo afferma: “L’assistenza divina è inoltre data ai successori degli apostoli, che insegnano in comunione con il successore di Pietro e, in modo speciale, al vescovo di Roma, pasto­re di tutta la Chiesa, quando, pur senza arrivare ad una definizione infallibile e senza pronunciarsi in “maniera definitiva”, propongo­no, nell’esercizio del Magistero or­dinario, un insegnamento che por­ta ad una migliore intelligenza del­la Rivelazione in materia di fede e di costumi. A questo insegnamen­to ordinario i fedeli devono “ade­rire col religioso ossequio dello spi­ritoche, pur distinguendosi dal­l’ossequio della fede, tuttavia ne è il prolungamento” (CCC, 892). Sembrerebbe dunque che al papa competa solo l’infallibilità in tema di fede e di costumi, mentre l’infallibilità del Magistero potrebbe estendersi anche al deposito della tradizione, come sosteneva Alfonso de’ Liguori: “il motivo, per cui noi dobbiamo credere le verità, che sono di fede, è perché Dio, verità infallibile, le ha rivelate alla chiesa, e la chiesa ce le propone a credere”.[4]

Fissati questi principi, quali documenti godono dunque dell’infallibilità? Verità di fede sono certamente i dogmi; ma non tutto ciò che non è sancito in un dogma è per questo opinabile, ad esempio il magistero ordinario del papa, che comprende Costituzioni apostoliche, Encicliche, esortazioni apostoliche, lettere, discorsi), ed al quale è necessario prestare l'ossequio della mente e della volontà; infatti “il Papa può sbagliarsi quando parla sem­plicemente come teologo privato ed esprime punti di vista e opinioni personali. Le decisioni del Papa sono infallibili soltanto quando egli parla ufficialmente in funzione del suo ufficio supremo, come maestro supremo di tutti i fedeli”.[5] Nel complesso, il Magistero solenne della Chiesa comprende: a) definizioni “ex cathedra” del Sommo Pontefice; b) definizioni dei Concili Ecumenici, o di particolari Concili approvati dal Papa; c) Simboli e professioni di fede emessi ed approvati dalla Chiesa (Simbolo Apostolico, Simbolo Niceno-Costantinopolitano, Simbolo Atanasiano, giuramento contro i Modernisti, ecc).

Nel caso specifico dell’evoluzionismo, l’applicazione del dogma sull’infallibilità non è affatto coerente. All’inizio del Novecento i testi apologetici ritengono del tutto ovvio affermare: “Solo l’immediata origine dell’uomo da Dio e la dipendenza di tutto il genere umano da un solo capostipite sono per noi oggetto di fede”;[6] o anche: “benché l’immediata formazione del primo uomo da Dio non sia esplicitamente definita dalla Chiesa, è però tale che non può essere messa in dubbio quando si consideri in ordine agli altri insegnamenti della fede”.[7]

Ma questa tesi alla lunga non paga, e mezzo secolo dopo l’apologetica preferisce un criterio più restrittivo e si pone, contraddittoriamente, in posizione di difesa:  “Perchè mai il Papa non dà una definizione riguar­do alla evoluzione? È una questione di scienza, non di fede o morale. Il Pa­pa non è infallibile in tutte le questioni immaginabili; que­sto la Chiesa non lo disse mai”.[8]

Nel frattempo l’atteggiamento antievoluzionista è stato in qualche modo ammorbidito: le argomentazioni cambiano e si concentrano sui connotati psichici dell’umanità piuttosto che su quelli somatici.

Il decreto “Lamentabili sane exitu”

Il decreto “Lamentabili sane exitu” si scaglia contro tutti i cosiddetti errori di quei modernisti che “cercano un progresso dei dogmi che, in realtà, è la corruzione dei medesimi” ed afferma risolutamente che “sono da riprovarsi e da condannarsi” sessantacinque proposizioni moderniste. Nel documento è precisato che Pio X “approvò e confermò il Decreto degli Eminentissimi Padri e diede ordine che tutte e singole le sopra enumerate proposizioni siano considerate da tutti come riprovate e condannate”; dunque tale documento possiede in pieno le caratteristiche della definizione ‘ex cathedra’ che garantisce l’infallibilità, e non vi è dubbio che per circa un cinquantennio la più autorevole apologetica si sia conformata ad esso.

Sono dunque condannate, fra le altre, le seguenti affermazioni ‘moderniste’: (4) “il magistero della Chiesa non può determinare il genuino senso delle sacre Scritture nemmeno con definizioni dogmatiche”; (5) “nel deposito della fede non sono contenute solamente verità rivelate”; (6) “nella definizione delle verità, la Chiesa discente e la Chiesa docente collaborano in tale maniera, che alla Chiesa docente non resta altro che ratificare le comuni opinioni di quella discente”; (11) “l'ispirazione divina non si estende a tutta la Sacra Scrittura al punto che tutte e singole le sue parti siano immuni da ogni errore”; (20) “la Rivelazione non poté essere altro che la coscienza acquisita dall'uomo circa la sua relazione con Dio”; (22) “i dogmi, che la Chiesa presenta come rivelati, non sono verità cadute dal cielo, ma l'interpretazione di fatti religiosi, che la mente umana si è data con travaglio”; (23) “può esistere, ed esiste in realtà, un'opposizione tra i fatti raccontati dalla Sacra Scrittura ed i dogmi della Chiesa fondati sopra di essi; sicché il critico può rigettare come falsi i fatti che la Chiesa crede certissimi”; (54) “i dogmi, i sacramenti, la gerarchia, sia nel loro concetto come nella loro realtà, non sono che interpretazioni ed evoluzioni dell'intelligenza cristiana, le quali svilupparono e perfezionarono il piccolo germe latente nel Vangelo con esterne aggiunte”; (57) “la Chiesa si mostra ostile ai progressi delle scienze naturali e teologiche”; (58) “la verità non è immutabile più di quanto non lo sia l'uomo stesso, poiché si evolve con lui, in lui e per mezzo di lui”; (64) “il progresso delle scienze richiede una riforma del concetto che la dottrina cristiana ha di Dio, della Creazione, della Rivelazione, della Persona del Verbo Incarnato e della Redenzione”; (65) “il Cattolicesimo odierno non può essere conciliato con la vera scienza, a meno che non si trasformi in un cristianesimo non dogmatico, cioè in protestantesimo lato e liberale”.

Scopo dell’enciclica è dunque soprattutto la condanna del ‘metodo’ modernista, che somiglia molto a quello alla base dell’attuale progresso scientifico: la falsificazione sistematica delle teorie ed il necessario consenso di una ampia comunità. Ma anche le singole proposizioni moderniste, come la revisione del concetto di ‘creazione’ preoccupano non poco, dopo la tempesta darwiniana.

L’Enciclica “Pascendi dominici gregis”

Poco più di due mesi dopo il precedente documento, Pio X ribadisce in modo più articolato la piena e severa condanna del modernismo, delle “profane novità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome”, ovvero delle “velenose dottrine dei nemici della Chiesa [e della] croce di Cristo”. La condanna è basata ancora una volta essenzialmente su di un principio d’autorità, che si oppone alla ricerca ‘filosofica’, come già insegnato da Pio IX: “essere dovere della filosofia, in materia di religione, non dominare ma servire, non prescrivere ciò che si debba credere, ma abbracciarlo con ragionevole ossequio, né scrutar l'altezza dei misteri di Dio, ma piamente ed umilmente venerarla (Breve al Vescovo di Breslavia, 15 giugno 1857)”. Cosa insegnavano infatti, secondo il papa, i ‘filosofi’ modernisti?  che “nasce il dogma dal bisogno che prova il credente di lavorare sul suo pensiero religioso, sì da rendere la sua e l'altrui coscienza sempre più chiara. Tale lavorio consiste tutto nell'indagare ed esporre la formola primitiva, non già in se stessa e razionalmente, ma rispetto alle circostanze o, come più astrusamente dicono, vitalmente. Di qui si ha che intorno alla medesima si vadano formando delle formole secondarie, che poi sintetizzate e riunite in un'unica costruzione dottrinale, quando questa sia suggellata dal pubblico magistero come rispondente alla coscienza comune, si chiamerà dogma. Dal dogma son da distinguersi accuratamente le speculazioni teologiche; le quali però, benché non vivano della vita del dogma, pur tuttavia non sono inutili sì per armonizzare la religione colla scienza e togliere fra loro ogni contrasto, sì per lumeggiare esternamente e difendere la religione stessa; e chi sa che forse non giovino altresì per preparar la materia di un dogma futuro. […] Per detto adunque e per fatto dei modernisti nulla, o Venerabili Fratelli, vi deve essere di stabile, nulla di immutabile nella Chiesa”.

Pio X si rifà quindi al Sillabo che aveva condannato la proposizione "La divina rivelazione è imperfetta e perciò soggetta a continuo ed indefinito progresso, che risponda a quello dell'umana ragione" ed al Concilio Vaticano I che aveva sentenziato: “Né la dottrina della fede, che Dio rivelò, è proposta agli umani ingegni da perfezionare come un ritrovato filosofico, ma come un deposito consegnato alla Sposa di Cristo, da custodirsi fedelmente e da dichiararsi infallibilmente. Quindi dei sacri dogmi altresì deve sempre ritenersi quel senso che una volta dichiarò la Santa Madre Chiesa, né mai deve allontanarsi da quel senso sotto pretesto e nome di più alta intelligenza. (Const. Dei Filius, cap. IV)”.

Secondo Pio X, spiegare il testo sacro in modo mutevole, secondo l’intelligenza dei tempi  sarebbe lo stesso che “attribuire a Dio la menzogna di utilità o officiosa”; e, rifacendosi a Sant’Agostino, “”Ammessa una volta in così altissima autorità qualche bugia officiosa, nessuna particella di quei libri resterà che, sembrando ad alcuno ardua per costume o incredibile per la fede, con la stessa perniciosissima regola, non si riferisca a consiglio o vantaggio dell'autore menzognero" (Epist. 28). Dal che seguirà quel che lo stesso santo Dottore aggiunge: "In esse -cioè nelle Scritture- ciascuno crederà quel che vuole, quel che non vuole non crederà". Ma i modernisti apologeti non si danno pensiero di tanto”.

Sulla base di queste premesse, il monito per i vescovi è chiaro: “impedire che gli scritti infetti di modernismo o ad esso favorevoli si leggano se sono già pubblicati, o, se non sono, proibire che si pubblichino. Qualsivoglia libro o giornale o periodico di tal genere non si dovrà mai permettere o agli alunni dei Seminari o agli uditori delle Università cattoliche: il danno che ne proverrebbe non sarebbe minore di quello delle letture immorali; sarebbe anzi peggiore, perché ne andrebbe viziata la radice stessa del vivere cristiano. Né altrimenti si dovrà giudicare degli scritti di taluni cattolici, uomini del resto di non malvagie intenzioni, ma che digiuni di studi teologici e imbevuti di filosofia moderna, cercano di accordare questa con la fede e di farla servire, come essi dicono, ai vantaggi della fede stessa. Il nome e la buona fama degli autori fa sì che tali libri sieno letti senza verun timore e sono quindi più pericolosi per trarre a poco a poco al modernismo […] I Vescovi non permetteranno più in avvenire, se non in casi rarissimi, i congressi di sacerdoti. Se avverrà che li permettano, lo faranno solo a questa condizione: che non vi si trattino cose di pertinenza dei Vescovi o della Sede Apostolica, non vi si facciano proposte o postulati che implichino usurpazione della sacra potestà, non vi si faccia affatto menzione di quanto sa di modernismo, di presbiterianismo, di laicismo”.

Il Motu proprio “Praestantia Scripturae Sacrae”

L’effetto pratico della “Pascendi dominici gregis” non è comunque quello sperato da Pio X, che a distanza di soli due mesi torna sull’argomento, firmando il Motu proprio ‘Praestantia Scripturae Sacrae’ (intorno ai decreti della Pontificia commissione biblica e alle censure e pene da comminarsi a coloro che non tengono conto delle prescrizioni pontificie contro gli errori dei modernisti”), dal tono censorio ben più risoluto, e che rende meglio l’idea di quale battaglia sia in corso: “nell'intento di reprimere la crescente audacia di non pochi modernisti, i quali con ogni sorta di sofismi e di male arti si studiano di togliere forza ed efficacia non solo al decreto "Lamentabili sane exitu", emanato per Nostro ordine dalla S. Congregazione del Sant'Uffizio il 3 Luglio 1907, ma anche alla Nostra Enciclica "Pascendi Dominici gregis" del dì 8 settembre di questo stesso anno, Noi rinnoviamo e confermiamo, in virtù della Nostra Apostolica autorità, tanto quel Decreto della Sacra Suprema Congregazione, quanto l'anzidetta Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica a danno di coloro che contraddicano a questi documenti, e decretoriamente dichiarando che chiunque ardirà sostenere, il che Dio non permetta, alcuna delle proposizioni, opinioni e dottrine riprovate nell'uno o nell'altro dei documenti suddetti, sarà soggetto ipso facto alla censura del Capo Docentes della Costituzione "Apostolicae Sedis", che è la prima delle scomuniche latae sententiae riservate simpliciter al Romano Pontefice. Questa scomunica poi è indipendente dalle pene, nelle quali quanti mancheranno in ordine ai surriferiti documenti possono incorrere come propagatori e difensori di eresie, allorquando le proposizioni, opinioni o dottrine da essi propugnate siano eretiche; il che agli avversari dei due citati documenti accade in non pochi casi, e principalmente allorché difendono gli errori del Modernismo, sintesi di tutte le eresie”. Sembra un ritorno agli sconvolti appelli che precedettero la caduta dello Stato Pontificio, solo che ora l’avversario è interno alla Chiesa stessa e si può facilmente procedere d’autorità.

L’Enciclica ‘Humani generis’

Stemperati in qualche modo gli ardori dell’antimodernismo ed assimilatane almeno in parte, nel modo meno indolore possibile, la lezione, l’Enciclica ‘Humani generis’ di Pio XII (1952) è il primo ed unico documento magisteriale ad affrontare esplicitamente (dopo circa un secolo dalla sua formulazione scientifica!) la tematica dell’evoluzionismo, oramai ineludibile; ciò all’interno di una rinnovata affermazione dell’inerranza della Bibbia, del valore del suo senso letterale e dell’importanza del ricorso a speciali criteri esegetici in relazione alla particolare natura delle Scritture.

Il primo bersaglio dell’Enciclica è la credibilità dei mezzi impiegati per giungere ad una verità scientifica: “Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l'ordine delle cose sensibili”. Viene dunque richiamato un principio già formulato perentoriamente nella Costituzione Apostolica “Dei Filius”: “L’apologetica non deve interferire con la ricerca scientifica; questa è libera di esplicarsi nella sua sfera di azione. Però non così libera da potersi opporre nelle sue affermazioni alla Rivelazione. Se qualcuno dice che le scienze umane devono trattarsi con tale libertà che si possano tener per vere le loro asserzioni quand’anche fossero contrarie alla dottrina rivelata e che la Chiesa non possa pro­scriverle, sia anatema”.[9] Vale la pena ricordare che all’inizio del Novecento la Catechesi non si esprimeva diversamente, “se la fede è la dimostrazione delle cose che non si veggono, (Ebr., XI, 1) e posto che si voglia aver fede, come si potrà negare l’assenso alle verità che non si comprendono, solo perchè non si comprendono? Che se noi volessimo dav­vero escludere i misteri, allora la nostra fede non avrebbe alcun merito, come non vi può essere al­cun merito a credere che quattro e quattro fanno otto. Fides, dice S. Gregorio, non habet meritum, cui humana ratio praebet experimentum (Hom. XXVI in Evang.)”.[10]

Qualunque argomentazione strettamente scientifica viene dunque sistematicamente evitata, preferendosi gli accenni basati sulla fede e financo le considerazioni politiche ispirate dal momento storico: “Chiunque osservi il mondo odierno, che è fuori dell'ovile di Cristo, facilmente potrà vedere le principali vie per le quali i dotti si sono incamminati. Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali, e con temerarietà sostengono l'ipotesi monistica e panteistica dell'universo soggetto a continua evoluzione. Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio. Le false affermazioni di siffatto evoluzionismo, per cui viene ripudiato quanto vi è di assoluto, fermo ed immutabile, hanno preparato la strada alle aberrazioni di una nuova filosofia che, facendo concorrenza all'idealismo, all'immanentismo e al pragmatismo, ha preso il nome di "esistenzialismo" perché, ripudiate le essenze immutabili delle cose, si preoccupa solo della "esistenza" dei singoli individui”.

Di fronte al declinare dell’autorità magisteriale, Pio XII cerca perfino di ridefinire estensivamente il potere dottrinale del papa: “Queste affermazioni vengono fatte forse con eleganza di stile; però esse non mancano di falsità. Infatti è vero che generalmente i Pontefici lasciano liberi i teologi in quelle questioni che, in vario senso, sono soggette a discussioni fra i dotti di miglior fama; però la storia insegna che parecchie questioni, che prima erano oggetto di libera disputa, in seguito non potevano più essere discusse. Né si deve ritenere che gli insegnamenti delle Encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro Magistero Supremo. Infatti questi insegnamenti sono del Magistero ordinario, di cui valgono poi le parole: "Chi ascolta voi, ascolta me" (Luc. X, 16); e per lo più, quanto viene proposto e inculcato nelle Encicliche, è già per altre ragioni patrimonio della dottrina cattolica. Se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione, secondo l'intenzione e la volontà degli stessi Pontefici, non può più costituire oggetto di libera discussione fra i teologi […] il divin Redentore non ha mai dato questo deposito, per l'autentica interpretazione, né ai singoli fedeli, né agli stessi teologi, ma solo al Magistero della Chiesa. Se poi la Chiesa esercita questo suo officio (come nel corso dei secoli è spesso avvenuto) con l'esercizio sia ordinario che straordinario di questo medesimo officio, è evidente che è del tutto falso il metodo con cui si vorrebbe spiegare le cose chiare con quelle oscure; anzi è necessario che tutti seguano l'ordine inverso. Perciò il Nostro Predecessore di imperitura memoria Pio IX, mentre insegnava che è compito nobilissimo della teologia quello di mostrare come una dottrina definita dalla Chiesa è contenuta nelle fonti, non senza grave motivo aggiungeva le seguenti parole: "in quello stesso senso, con cui è stata definita dalla Chiesa””.

Per quanto attiene specificamente all’evoluzionismo, è interessante notare come Pio XII introduca la questione parlando di “ipotesi, benché in qualche modo fondate scientificamente, nelle quali si tocca la dottrina contenuta nella Sacra Scrittura o anche nella tradizione. Se tali ipotesi vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata, non possono ammettersi in alcun modo”. Certamente, gli è chiaro che la dottrina evoluzionista tocca argomenti di fede. Per questo, solo l’origine del corpo, “che proverrebbe da materia organica preesistente”, potrebbe essere oggetto di discussione. Ma il giudizio, in ogni caso, non potrebbe che venire dal Magistero della Chiesa “alla quale Cristo ha affidato l'ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede”. Dunque è opportuna una discussione scientifica, ma il verdetto finale deve essere emesso da una commissione non scientifica!

Disco rosso invece, in modo assoluto, per ogni discussione sul poligenismo, perché “quando si tratta dell'altra ipotesi, cioè del poligenismo, allora i figli della Chiesa non godono affatto della medesima libertà”.

Pio XII ha comunque il coraggio di mettere a fuoco la questione principe, che oggi viene artatamente sottaciuta: “messe da parte le definizioni del Concilio di Trento, viene distrutto il vero concetto di peccato originale e insieme quello di peccato in genere, in quanto offesa di Dio, come pure quello di soddisfazione data per noi da Cristo”.

L’Enciclica “Spiritus Paraclitus”

Mentre l’Encicliìca “Pascendi dominici gregis”,  il decreto “Lamentabili sane exitu” e le prime risposte della Pontificia Commissione Biblica si preoccupano pressochè esclusivamente di denunciare gli errori metodologici e dottrinali del modernismo, attestandosi in posizione strettamente difensiva della tradizione magisteriale, l’Enciclica “Spiritus Paraclitus” di Benedetto XV (15 settembre 1920) si propone di rispondere positivamente alla sfida esegetica del modernismo affermando che, seguendo l’esempio di san Girolamo, non si possono applicare alle narrazioni bibliche i principi utilizzati per le scienze storiche, e ritenere, in particolare, che l'autore umano abbia redatto il testo seguendo l'opinione corrente: infatti, “I Libri della Santa Scrittura -egli afferma- sono stati composti sotto l'ispirazione o la suggestione o anche la diretta dettatura dello Spirito Santo; ed è per di più questo stesso Spirito che li ha composti e divulgati. D'altronde però San Gerolamo non dubita minimamente che ogni autore di questi libri abbia secondo la propria possibilità e il proprio genio, dato libero contributo all'ispirazione divina”.

Ma quali sono i limiti dell’intervento umano nella redazione del testo? “Per meglio porre in rilievo questa collaborazione di Dio e dell'uomo alla stessa opera, San Gerolamo adduce l'esempio dell'operaio, che si serve, nella costruzione di un oggetto qualsiasi, di uno strumento o di un utensile; infatti tutto quello che gli scrittori sacri dicono "altro non è che la parola stessa di Dio e non la loro parola, e parlando per mezzo della loro bocca, Dio volle servirsi come d'uno strumento" (Tract. de Ps., LXXXVIII)”.

L’opinione di san Gerolamo viene accettata anche quando batte terreni più infidi, come per esempio la possibilità di negare ciò che la Bibbia non afferma esplicitamente: “Così San Gerolamo rispose, con massima schiettezza e semplicità, a Elvidio, che negava la perpetua verginità della Madre di Dio: "Se ammettiamo tutto ciò che dice la Scrittura, neghiamo logicamente ciò che essa non dice. Noi crediamo che Dio sia nato da una vergine, appunto perché lo leggiamo nella Scrittura; e neghiamo che Maria non sia rimasta vergine dopo il parto, perché la Scrittura non lo riporta assolutamente" (Adv. Helv., 19)”.

Ai fini della tematica sull’evoluzionismo, la parte più interessante della lunga Enciclica è quella in cui si discute della possibilità di errori in questioni non di fede e di un possibile significato non letterale del racconto. Su questo punto, la posizione di Benedetto XV è ancora quella sentenziata dal canone tridentino: “San Gerolamo insegna che l'ispirazione divina dei Libri Santi e la loro sovrana autorità comportano, quale conseguenza necessaria, l'immunità e l'assenza di ogni errore e di ogni inganno: tale principio egli aveva appreso nelle più celebri scuole d'Occidente e d'Oriente, come tramandato dai Padri e accettato dall'opinione comune”. Si ribadisce perfino il concetto di una inerranza assoluta: “Poiché: "la parola del Signore è verità, e per Lui dire significa realizzare" (Mich. IV, 1 e segg.). Pertanto "la Scrittura non può mentire" (Ier. XXXI, 35 e segg.) e non è permesso accusarla di menzogna (Nah. 1, 9) e neppure ammettere nelle sue parole anche un solo errore di nome (Ep. LVII, VII, 4)”. Certamente i ‘nomi’ non sono articoli di fede!

Se la Bibbia è ‘verità’, di essa bisogna accettare per fede anche ciò che sembra non credibile, ed ogni ‘apparente’ contraddizione: “molte affermazioni della Scrittura, che a prima vista possono sembrare incredibili, sono tuttavia vere (Ep. LXXII, II, 2), e in questa "parola dì verità" non è possibile scoprire nessuna contraddizione, nessuna discordanza, nessuna incompatibilità (Ep. XVIII, VII, 4; cfr. Ep. XLVI, VI, 2); per conseguenza "se la Scrittura contenesse due dati che sembrassero escludersi, entrambi" resterebbero "veri, quantunque diversi" (Ep. XXXVI, XI, 2)”.

In un lungo capitolo viene infine precisata la posizione del Magistero sul quesito se la Bibbia si preoccupi o no di insegnare con esattezza cose che non riguardano la religione. Dapprima viene ricordata la posizione modernista: “Ora l'opinione di alcuni moderni non si preoccupa affatto di queste prescrizioni e di questi limiti: distinguendo nella Sacra Scrittura un duplice elemento, uno principale o religioso, e uno secondario o profano, essi accettano, si, il fatto che l'ispirazione si riveli in tutte le proposizioni ed anche in tutte le parole della Bibbia, ma ne restringono e ne limitano gli effetti, a partire dall'immunità dall'errore e dall'assoluta veracità, limitata al solo elemento principale o religioso. Secondo loro, Dio non si preoccupa e non insegna personalmente nella Scrittura se non ciò che riguarda la religione: il resto ha rapporto con le scienze profane e non ha altra utilità, per la dottrina rivelata, che quella di servire da involucro esteriore alla verità divina. Dio soltanto permette che esso vi sia e l'abbandona alle deboli facoltà dello scrittore. Perciò non vi è nulla di strano se la Bibbia presenta, nelle questioni fisiche, storiche e in altre di simile argomento, passaggi piuttosto frequenti che non è possibile conciliare con gli attuali progressi delle Scienze”. Quindi si ribadisce il senso autentico delle prese di posizione dottrinarie di Leone XIII: “L'apparenza esteriore delle cose -ha dichiarato molto saggiamente Leone XIII, seguendo Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino- deve essere tenuta in una certa considerazione; ma questo principio non può suscitare il minimo sospetto di errore nella Sacra Scrittura: poiché la sana filosofia asserisce come cosa sicura che i sensi, nella percezione immediata delle cose, oggetto vero di conoscenza, non si ingannano affatto. Inoltre il Nostro Predecessore, dopo aver negato ogni distinzione e ogni possibilità di equivoco tra quello che è l'elemento principale e l'elemento secondario, dimostra chiaramente il gravissimo errore di coloro i quali ritengono che "per giudicare della verità delle proposizioni bisogna senza dubbio ricercare ciò che Dio ha detto, ma più ancora valutare il motivo che lo ha indotto a parlare"”. Esattamente il contrario di quanto sosterranno i documenti magisteriali (per questo spesso accusati di indebite concessioni al modernismo) dopo il Vaticano II e fino ad oggi. Paradossalmente si arriva a riconoscere valore di verità alla “percezione immediata delle cose” che una consolidata teologia ha invece sempre definito ‘ottenebrata’ a causa del peccato originale.

Perfino nella stessa narrazione storica, gli scrittori sacri non possono avere errato, e ciò si afferma contro l’opinione dei modernisti secondo i quali “quando si trattava di riportare avvenimenti non perfettamente noti, li hanno riferiti come apparivano fissati secondo l'opinione comune del popolo o le relazioni inesatte di altri testimoni; inoltre essi non hanno citato le fonti delle loro informazioni, e non hanno garantito personalmente le narrazioni attinte da altri autori”.

Secondo Benedetto XV, “la storia invece, narrazione di fatti, deve -ed è questa la sua legge principale- coincidere con questi fatti, come realmente si sono verificati. Se si accettasse la teoria di costoro, come sarebbe possibile conservare alla narrazione sacra quella verità, immune da ogni falsità, che come il Nostro Predecessore dichiara in tutto il contesto della sua Enciclica, non si deve affatto menomare?”.

Il contrasto fra la “Dei Verbum” del Concilio Vaticano II e questa Enciclica non potrebbe essere più stridente: una vera e propria capitolazione di fronte al modernismo.

L’Enciclica “Divino afflante Spiritu”

Con l’Enciclica “Divino afflante Spiritu” di Pio XII (del 30 settembre 1943), il problema dell’apporto delle scienze sussidiarie viene finalmente affrontato estensivamente e con chiarezza. L’inerranza biblica viene discussa, come volevano i modernisti, alla luce dei ‘generi letterari’ in uso al tempo della redazione delle Scritture, con le proprie regole, precetti stilistici e artifici retorici.

L’esegesi si apre al confronto con le scienze profane, sia pure nella imposizione pregiudiziale che esse debbano risultare compatibili con il carattere soprannaturale delle Sacre Scritture.

Pio XII, dopo avere presentato una cronistoria (con particolare riferimento alla “Providentissimus Deus”) di quanto realizzato dalla Chiesa per promuovere gli studi Biblici, traccia le linee di condotta generale da applicarsi in essi. L’attitudine è fondamentalmente difensiva: “nei tempi più recenti, venendo minacciata da speciali assalti la divina origine dei Sacri Libri e la retta loro interpretazione, con ancor maggiore impegno e diligenza la Chiesa ne prese la difesa e la protezione”. In particolare, Pio XII deplora che, nonostante le precise indicazioni del Concilio Vaticano I sull’ispirazione dei libri sacri, “alcuni autori cattolici non si peritarono di restringere la verità della Sacra Scrittura alle sole cose riguardanti la fede e i costumi, e di considerare le rimanenti, sia di scienze naturali sia di storia, come "dette alla sfuggita" e senza alcuna connessione, secondo loro, con le verità di Fede. Perciò il Nostro Predecessore di immortale memoria Leone XIII, con l'Enciclica "Providentissimus Deus" del 18 novembre 1893, come inflisse a quegli errori la ben meritata condanna, così lo studio dei Libri Divini regolò con prescrizioni e norme sapientissime. Di quella Enciclica, che va tenuta come la Magna Charta degli studi biblici, è ben giusto che si celebri il compiersi del cinquantesimo anno dalla sua pubblicazione”.

La Costituzione dogmatica “Dei Verbum”

La costituzione dogmatica “Dei Verbum” del Concilio Vaticano II (18 novembre 1965) riprende la tematica della “Divino afflante Spiritu”, legittimando la lettura storico-critica della Bibbia, ma sottolineando che “per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede”. Non bisogna dunque limitarsi ad impiegare i mezzi moderni d’interpretazione, ma occorre tenere sempre presente l’ispirazione divina degli autori umani della Bibbia.

“L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa”

Questo recente documento della Pontificia Commissione Biblica (del 15 aprile 1993) sembra sanare il conflitto fra la tradizione e l’esegesi modernista, che avrebbe ecceduto nel “lavoro di ritaglio ed analisi per distinguere le diverse fonti” senza prestare “una sufficiente attenzione alla struttura finale del testo biblico e al messaggio che esso esprime nel suo stato attuale”, per cui non poteva che giungere a “giudizi negativi nei confronti della Bibbia”. Parimenti viene deprecata una lettura ‘letteralista’ e fondamentalista “che esclude cioè ogni sforzo di comprensione della Bibbia che tenga conto della sua crescita nel corso della storia e del suo sviluppo”, che “non accorda nessuna attenzione alle forme letterarie e ai modi umani di pensare presenti nei testi biblici, molti dei quali sono frutto di una elaborazione che si è estesa su lunghi periodi di tempo e porta il segno di situazioni storiche molto diverse”, e che “insiste anche in modo indebito sull’inerranza dei dettagli nei testi biblici, specialmente in materia di fatti storici o di pretese verità scientifiche”. Un bell’esempio di revisionismo, dunque, sulla posizione del tutto opposta mantenuta invariabilmente dalla tradizione fino alla crisi del modernismo.

Uno dei passi più significativi di questo lungo testo è quello in cui si sostiene: “Quando affrontano i testi biblici, gli esegeti hanno necessariamente una precomprensione. Nel caso dell’esegesi cattolica, si tratta di una precomprensione basata su certezze di fede: la Bibbia è un testo ispirato da Dio e affidato alla Chiesa per suscitare la fede e guidare la vita cristiana. Queste certezze di fede non arrivano agli esegeti allo stato bruto, ma dopo essere state elaborate nella comunità ecclesiale dalla riflessione teologica. Gli esegeti sono quindi orientati nella loro ricerca dalla riflessione dei teologi dogmatici sull’ispirazione della Scrittura e sulla funzione di questa nella vita ecclesiale”. In pratica, si impone ai lettori della Bibbia una precomprensione che tenga presente l’interpretazione corrente ‘ufficiale’ della Chiesa, indipendentemente dal fatto che essa vada in un senso o in quello esattamente opposto.

 

 

[1] de Liguori A., ed. 1880, p. 48.

[2] de la Potterie I., 1993, p. 623.

[3] Gaetani F.M., 1941, p.44.

[4] De Liguori A., ed. 1880, p. 904.

[5] Rumble L., Carty C.M., 1958, p. 198.

[6] Ballerini G., 1918, pp. 319-320.

[7] Ballerini G., 1918, p. 320.

[8] Rumble L., Carty C.M., 1958, p. 203.

[9] Galileo aveva stigmatizzato proprio questo atteggiamento. Nel "Dialogo sopra i due massimi sistemi" si racconta di un medico che aveva fatto notare ad un filosofo, esaminando un cadavere, l’erroneità di una affermazione di Aristotele sulla presunta origine dei nervi dal cuore: "Al quale il filosofo, dopo essere stato alquanto sopra di sé, rispose: Voi mi avete fatto vedere questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo di Aristotele non fusse in contrario, che apertamente dice i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per vera".

[10] Dianda G., 1911, p. 43. 

 

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