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La catechesi antievoluzionista

 

Negli atti del Concilio Vaticano I, il problema dell’evoluzionismo non viene affrontato, pur trattandosi di un tema di urgente attualità; manca, più in generale, una opportuna riflessione su quanto va sempre più imponendosi ad opera delle scienze positive, ovvero una nuova concezione circa il posto dell’uomo nella natura. Dopo il crollo del geocentrismo e con l’affermarsi del darwinismo, ma più in generale con il rinnovarsi delle scienze, l’uomo vede dileguarsi non solo le sue convinzioni antropocentriche, ma perfino l’idea stessa di una propria eccezionalità, in contrapposizione al mondo animale. L’evoluzione biologica può fare a meno di lui e si dimostra guidata non da leggi necessarie ma da fatti casuali. Per la verità il campanello d’allarme era già risuonato, in particolare quando, un secolo prima di Darwin, il naturalista francese Georges de Buffon (1707-1788) abbandonando l’interpretazione biblica, aveva retrodatato l’origine della vita di almeno cento-centocinquantamila anni: poca cosa, ai nostri occhi moderni, rispetto ai miliardi di anni che oggi ipotizziamo essere invece trascorsi, ma una enormità rispetto alle datazioni effettuate computando i tempi della Bibbia. Si pensi solo che nel Seicento il pastore anglicano irlandese Usher, aveva reputato che la creazione fosse cominciata esattamente il 23 ottobre 4004 a.C., e che il pastore inglese Lightfoot aveva stabilito perfino l’ora esatta della creazione dell’uomo: le nove del mattino del 28 ottobre successivo. L’idea che la storia umana sia vecchia solo di qualche migliaia di anni verrà comunque sostenuta in tutti i testi cattolici popolari ancora per molti decenni.

Per quasi un secolo, dopo Darwin, la Chiesa continua a restare piuttosto sorda alle sollecitazioni delle scienze per un riesame delle principali questioni, ed ancora il 30 novembre 1941, Pio XII, in un discorso agli accademici pontifici, sostiene che gli studi paleontologici e biologici “non hanno finora apportato nulla di positivo e di certo” riguardo alle origini dell’uomo. Non si tratta ovviamente di una posizione cristallina, giacché le scienze naturali hanno invece già portato abbondanti prove in favore dell’evoluzione biologica. Ma le evidenze scientifiche sono ancora contestate perfino da Paolo VI, secondo cui l’evoluzionismo non è accettabile se entra in contrasto con il principio di fede secondo il quale l’anima è stata creata direttamente da Dio.

Il 30 giugno 1968 lo stesso Paolo VI firma il Motu Proprio “Credo del popolo di Dio”, solenne professione di fede, che al punto sedici recita: “Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all'inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l'uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, non per imitazione, ma per propagazione, e che esso è proprio a ciascuno (Cf Conc. di Trento, Sess. V, Decr. De pecc. orig.: Dz.-Sch. 1513)”. Ancora una volta, viene dunque sostanzialmente confermata, in un documento cui il fedele deve dare il pieno assenso, l’unica via praticabile dalla Chiesa: la conferma della teologia tridentina.

Pur in assenza di qualsiasi ulteriore pronunciamento ufficiale, che fra l’altro intervenga sulle posizioni dottrinali espresse a suo tempo dalla Commissione Biblica, non per questo il papato di Giovanni Paolo II ha poi mancato di intervenire sul tema, in esternazioni e documenti rilevanti, e sui quali si potrebbe ben discutere se non godano anch’essi dell’infallibilità.

Un breve testo di questo papa gode di particolare considerazione: il “Messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze in occasione del 60° anniversario della rifondazione, su alcune questioni inerenti l'evoluzione dell'uomo” (22 ottobre 1996). Si tratta in assoluto del momento di maggiore ‘apertura’ della Chiesa alla dottrina evoluzionista, secondo questi principi: 1) l’esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai quali conducono le scienze della natura; 2) la teoria dell’evoluzione dell’uomo non può considerarsi una mera ipotesi; 3) l’anima umana, fondamento della dignità della persona, è irriducibile alla materia; 4) la vita umana, dono di Dio, rappresenta una discontinuità ontologica rispetto allo sviluppo delle altre realtà fisiche e biologiche. Giovanni Paolo II afferma: “nel ricevere il 31 ottobre 1992 i partecipanti all’Assemblea plenaria della vostra Accademia, ho avuto l’occasione, a proposito di Galileo, di richiamare l’attenzione sulla necessità, per l’interpretazione corretta della parola ispirata, di una ermeneutica rigorosa. Occorre definire bene il senso proprio della Scrittura, scartando le interpretazioni indotte che le fanno dire ciò che non è nelle sue intenzioni dire. Per delimitare bene il campo del loro oggetto di studio, l’esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai quali conducono le scienze della natura (cfr. Insegnamenti, XV,2 (1992), pp. 456-465; cfr. anche Discorso alla Pontificia Commissione Biblica, 23.4.1993)”.

Giovanni Paolo II afferma che già al tempo della “Humani generis” (1950) l’evoluzionismo era una “ipotesi seria”; poi dichiara: “oggi, circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell’Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all’attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza, non ricercata né provocata, dei risultati dei lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce di per sé un argomento significativo a favore di questa teoria”. Potrebbe sembrare una posizione di apertura, ma è invece una scelta difensiva, perché già nel 1950 l’evoluzionismo era un fatto acquisito da parte della scienza.

Segue una affermazione di capitale importanza sulla “dignità della persona umana”: “È in virtù della sua anima spirituale che la persona possiede, anche nel corpo, una tale dignità. Pio XII aveva sottolineato questo punto essenziale: se il corpo umano ha la sua origine nella materia viva che esisteva prima di esso, l’anima spirituale è immediatamente creata da Dio (“animas enim a Deo immediate creari catholica fides nos retinere iubet”, Humani generis, DH 3896). Di conseguenza, le teorie dell’evoluzione che, in funzione delle filosofie che le ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verità dell’uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona”.

Ed eccoci arrivati al punto chiave, in cui si tira in ballo l’evoluzionismo: “Con l’uomo ci troviamo dunque dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico, potremmo dire. Tuttavia proporre una tale discontinuità ontologica non significa opporsi a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche sull’evoluzione dal piano della fisica e della chimica? La considerazione del metodo utilizzato nei diversi ordini del sapere consente di conciliare due punti di vista apparentemente inconciliabili. Le scienze dell’osservazione descrivono e valutano con sempre maggiore precisione le molteplici manifestazioni della vita e le iscrivono nella linea del tempo. Il momento del passaggio all’ambito spirituale non è oggetto di un’osservazione di questo tipo, che comunque può rivelare, a livello sperimentale, una serie di segni molto preziosi della specificità dell’essere umano. L’esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l’esperienza estetica e religiosa, sono però di competenza dell’analisi e della riflessione filosofiche, mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore”.

In pratica, così commentano gli apologeti, traendo l’uomo da materia preesistente, Dio ha trasformato la stessa materia; il corpo materiale è diventato umano, e qui sta l’essenza del salto ontologico: “È in virtù della sua anima spirituale che l’intera persona, fin nel suo corpo, possiede una tale dignità”. Lo aveva già sostenuto la “Gaudium et spes” secondo la quale l’uomo è stato pensato fin dall’inizio in relazione a Cristo risorto: “Nel mistero di Cristo risorto ci vengono rivelate tutta la profondità e tutta la grandezza di questa vocazione”.


 

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