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Questioni aperte

 

Accettare l’evoluzionismo, o quanto meno alcuni dei principi generali dell’evoluzionismo, può apparire a molti cattolici una scelta dolorosa (se non ripugnante, così come la pensavano i primi sconcertati oppositori di Darwin). Molti altri provano invece un senso di liberazione, per il risolversi di un conflitto che impone un non indifferente sacrificio dell’intelligenza nel cercare un minimo di concordismo. Ma a ben vedere, accettare semplicemente un darwinismo moderato è un evento catastrofico per la Chiesa, perché le impone un cospicuo e non sempre facile (né talora possibile) riallineamento dottrinale.

La tempistica di Genesi

Per Agostino d’Ippona la creazione in sei giorni era una semplice allegoria; Dio ha creato il mondo in un singolo attimo, senza alcun rapporto con il tempo, come pensava la filosofia greca. La tempistica di Genesi non è comunque un problema per la Chiesa, fino all’emergere del confronto con le scienze naturali e dunque alle pubblicazioni di James Hutton (1726-1797) e Charles Lyell (1797-1875). Si scelse allora la via di una interpretazione concordista e dunque non letterale del termine ‘giorno’, che fu inteso come espressione allegorica di ‘una lunga era’. Se tuttavia la Scrittura è redatta sotto ispirazione divina, la sua autorità deve in qualche modo essere superiore ai risultati della lettura umana del cosiddetto ‘libro della natura’; il suo modello interpretativo deve essere più completo di quello scientifico.

La tempistica di Genesi, apparentemente così somigliante a quella desunta dalle scienze naturali può, in questo senso, essere considerata una prova della ‘ispirazione divina’ del testo? Evidentemente no; molte teogonie contengono riferimenti similari; e certo non c’è di che stupirsi della comune visione antropocentrica e comunque geocentrica, che corrisponde ad una percezione arcaica (infantile o istintiva) dell’universo. È molto interessante ad esempio il fatto che in Genesi la luce venga creata prima del sole e della luna e che questi due corpi siano considerati entrambi dei luminari (dunque dei generatori di luce); tutto ciò non ha alcun rapporto con la realtà. L’idea che le forme vegetali ed animali abbiano preceduto la comparsa dell’uomo e che la vita si sia sviluppata originariamente in ambiente acquatico era una convinzione prescientifica ben diffusa nelle culture coeve a quella ebraica e a questa idea si ricollegava in parte il potere sacrale attribuito all’acqua.

La tradizione ebraica, dunque, non si differenziava dalle teogonie pagane: che senso avrebbe avuto che Dio parlasse così al suo popolo?

La deduzione più ovvia è che la tempistica di Genesi rispecchi in realtà solo casualmente alcune tappe dell’evoluzione dell’universo. Certamente gli uomini non potevano avere alcun ricordo diretto (anche se ci si volesse davvero riferire a solo poche migliaia di anni) di nessuno dei fatti raccontati in Genesi: la presunta genealogia a partire da Adamo è palesemente fantasiosa, redatta secondo schemi simbolici che per esempio illustrano una degenerazione progressiva dell’essere umano (la durata della vita che progressivamente diminuisce). Tutto ciò è ancora una volta in comune con molti miti dei popoli primitivi.

L’età ed il corpo di Adamo

Che età aveva Adamo quando fu creato? Considerando, come già esposto, i principi generali dell’apologetica, doveva avere l’età in cui è maggiore la perfezione del corpo umano, cioè circa quella di Cristo risorto.

Per l’apologetica il problema non sembra importante. Anche nel suo primo giorno di vita, Adamo era già un adulto, così come adulti erano al momento della creazione le piante e tutti gli animali, che Dio non aveva certamente fatto nascere dai semi o dal grembo dei genitori.

Il tema non è tuttavia irrilevante nel momento in cui si inserisce nel discorso più generale sull’evoluzione del mondo e dei suoi abitanti: perché se il mondo e i suoi abitanti sono stati già creati nel loro stato adulto, il problema delle lunghissime ere geologiche viene drasticamente eliminato dall’evidenza dell’opera creatrice ‘immediata’ di Dio.

Certamente, se Adamo non era mai stato bambino, il suo organismo non aveva percorso alcuna tappa della organogenesi, né era stato soggetto ad alcun sviluppo psicologico. Probabilmente non aveva un ombelico, giacché non era stato partorito, non gli erano caduti i denti da latte, non aveva imparato a parlare, a camminare e così via. Diviene dunque difficile pensarlo come un essere umano quale siamo noi ora, con i molti problemi interpretativi conseguenti.

Sul piano fisico, ad esempio, dovevano evidentemente mancargli tutti i connotati delle specie animali inferiori, come i peli, o organi pressoché inutili come l’appendice cecale, o quelli vestigiali. Cosa pensare poi di tutte quelle strutture della parte più antica ed animale del cervello, che controllano ma anche determinano gli istinti?

La formazione della donna

La formazione di Eva pone all’apologetica concordista problemi ben maggiori che non Adamo. Simbolismi e metafore bibliche limitano maggiormente le libertà interpretative.

Partiamo da una interpretazione tradizionale: “Dio non trasse la donna dal capo del­l’uomo ove risiede l’intelligenza, che impera, perché la donna doveva essere all’uomo soggetta; non la trasse dai suoi piedi, che calpestano la terra, purchè non doveva essere sua schiava; ma la levò dal suo fianco, presso il suo cuore, perché ella doveva essere la sua più fedele compagna. Dio avrebbe certo potuto formare la donna nel modo stesso con cui formò l’uomo, ma volle trarla dall’uomo, per serbare così l’unità d’origine della specie umana, e perché Adamo fosse sulla terra l’unica, la prima sorgente della famiglia umana; come il Padre è nel Cielo l’unica, la prima sorgente della Famiglia Divina”.[1]

Secondo l’abituale spiegazione teologica, il procedimento antropomorfico del racconto vorrebbe insegnarci soprattutto che la donna è della stessa natura dell’uomo (anche se il suo corpo dipende in qualche modo, fisicamente, da quello dell’uomo) e che è destinata ad essere unita a lui nel matrimonio.

L’interpretazione letterale riconoscerebbe invece in questo racconto una presunta verità storica, realmente creduta; ipotesi più plausibile, tenendo presenti le tradizioni similari di altri popoli in contatto con quello ebreo. Furono i padri della Chiesa a cogliere e sottolineare, in un secondo tempo, la figurazione simbolica: Eva come prefigurazione della Chiesa che esce viva e vivificante dal fianco squarciato del Cristo, novello Adamo.

Ammesso l’evoluzionismo, il salto ontologico fu parallelo in Adamo ed Eva? Se si rifiuta l’ipotesi della ‘clonazione’ bisogna ipotizzare un parallelo salto ontologico in due organismi diversi: qualcuno ha ipotizzato addirittura una modificazione istantanea del patrimonio genetico di due gemelli, maschio e femmina, di scimmie umanoidi, che avrebbero dato origine alla discendenza umana. Questa modifica sarebbe avvenuta prima della loro nascita, o Dio avrebbe atteso che i corpi, maschile e femminile, della prima coppia si fossero evoluti congiuntamente fino al punto giusto di perfezione perché entrambi potessero passare, sotto l’azione divina, dallo stato di natura solo sensibile a quello di natura spirituale? Se si accetta una qualunque di queste ipotesi, tutto il processo dovrebbe essere avvenuto in un’unica generazione, il che contrasta clamorosamente con il lungo processo evolutivo previsto dall’evoluzionismo.

Risolvendo arbitrariamente qualunque problema di Genesi con i mezzi della ‘ragione illuminata dalla fede’, come si vede, ne sorgono molti altri. Nulla di più facile, dunque, che superare qualunque difficoltà invocando ‘misteri’ che superano l’umana ragione, e dunque la ‘onnipotenza e sapienza di Dio’: così infatti la Chiesa aveva ‘liquidato’ nel Settecento le problematiche nate dall’evidenza che i fossili sono i resti di esseri viventi estinti, un concetto che metteva in discussione la perfezione originaria della creazione.

Altra umanità prima di Adamo?

L’origine dell’uomo come tale e la sua elevazione alla stato primigenio di grazia soprannaturale sono parte di uno stesso salto ontologico? Il problema viene fuori allorché si accetta l’evoluzione indipendente del corpo umano. Detto in altri termini, è possibile che esistessero prima di Adamo uomini già tali ma non ancora elevati allo stato sopran­naturale?

Dal punto di vista delle scienze naturali si tratterebbe ovviamente di una porzione di umanità interamente scomparsa, pur se se ne trovano tracce nei manufatti più antichi, ad esempio quelli dell’Homo faber, anteriore di gran lunga all’Homo sapiens.

Ma come considerare questi ‘preumani’ che comunque erano capaci di pensiero concreto, di costruire e maneggiare strumenti da caccia e da lavoro. Avevano autocoscienza? Erano capaci di pensiero astratto e di progettualità?

Il problema teologico non è indifferente. Questi esseri preumani non sarebbero discendenti di Adamo, e non avrebbero ricevuto la promessa del Redentore; per i cristiani non sarebbero propriamente ‘uomini’. Essi avrebbero però, nell’economia generale del mondo, il significato di incoscienti precursori dell’umanità. Insomma, una nuova categoria di esseri, né completamente animali, né ancora totalmente uomini, ipotizzati solo per salvare l’idea generale di una creazione umana ’recente’ senza rigettare gli smisurati tempi dimostrati dalla geologia. Questi esseri saprebbero usare il fuoco, ed avrebbero capacità tecniche rudimentali. A conti fatti, sarebbero proprio questi ipotetici esseri il famoso anello intermedio tanto cercato dai paleontologi. Resta il problema di spiegare come sia potuto avvenire il ‘salto’ alla vera umanità, necessario per mantenere un’interpreta­zione del peccato originale conforme alla tradizione.

È del tutto improducente cercare una qualunque spiegazione di ciò in Genesi, che ignora del tutto il problema e presenta il primo uomo come pienamente simile a noi sia sul piano corporeo che su quello mentale e spirituale; e secondo cui la caduta ha conseguenze solo sul piano fisico (morte, malattia, lavoro); l’idea di una ‘minorazione’ dell’uomo sul piano spirituale (fatta eccezione per la perdita dei ‘doni soprannaturali’) a partire dal peccato originale, è una idea che nasce solo con il cristianesimo.

L’economia dell’evoluzione

Introducendo cautamente l’evoluzionismo nella teologia, in pratica lo si connota come la più tipica delle cause seconde. Ancora una volta, nel continuo alternarsi di interpretazioni contrastanti, Dio viene allontanato dalla sua creatura, e ridiviene orologiaio che sin dall’inizio regola il moto di tutte le cose e poi se ne astrae. L’evoluzione finalizzata alla creazione dell’uomo, senza alcuno spazio per la casualità, diviene uno degli aspetti della provvidenza.

Sconcerta però la tempistica. Anche ammesso che all’occhio di Dio il tempo non abbia senso, che senso dare ad una evoluzione che nella lunga giornata della storia del mondo riserva all’uomo solo gli ultimi secondi?

La teologia si è sempre basata su ben altre affermazioni, trovandosi costantemente costretta a retrocedere dalla ‘lettera’ biblica, come un esercito in rotta che cerca di riorganizzarsi attestandosi su posizioni meglio difendibili, cercando se possibile di contrattaccare. Così, dopo avere dovuto ammettere i lunghissimi tempi prospettati dalla geologia, sentenziava ancora:  “Noi sappiamo, assai probabilmente, che l’uomo fu creato or sono sei mila anni, e solo da lui ha principio la nostra cronologia. Quanto poi alla materia e a tutti gli altri esseri nulla, riguardo al tempo, v’è di determinato in modo assoluto”.[2]

Un problema di tempistica s’impone comunque. Nel primo Novecento si sosteneva: “noi vediamo nei vari dialetti del globo, le reliquie d’un vasto monumento, appartenente al­l’antico mondo. La minuta esattezza delle loro forme in molte parti, le tracce di consimili sem­bianze, che possono ravvisarsi tra l’uno e l’altro, mostrano ch’essi ebbero una volta un centro co­mune ” (Wiseman, Discorso V sui rapporti tra la scienza e la religione rivelata). E l’ipotesi diventa certezza, quando leggiamo nel cap. XI della Genesi: “A principio non v’era che una sola lingua per tutta la terra, e gli uo­mini parlavano alla stessa maniera. Ma Dio, ve­dendo il loro orgoglio, disse: Andiamo, confon­diamo il loro linguaggio. Allora la lingua di tutta la terra si confuse, gli uomini più non s’intesero e Dio li disperse sulla faccia della terra”. La veracità storica di questa pagina della Genesi, scritta alle origini dell’umanità, quando ancor fresca era la memoria de’ fatti che avevano deter­minato la dispersione delle genti, non può certo essere distrutta da una semplice congettura”.[3]

Seimila anni non sono tuttavia sufficienti a spiegare la genesi delle diverse lingue: è lo stesso problema posto ai darwinisti dagli antievoluzionisti riguardo le innumerevoli generazioni necessarie per l’evoluzione, solo che qui la misura del presunto intervallo temporale occorso è ben precisa, secondo Genesi. Questa ipotesi presuppone inoltre che la dispersione dei popoli sull’intero globo sia avvenuta all’interno di questi soli seimila anni.

Ma che bisogno avrebbe avuto Dio di rispettare una così complessa sequela evolutiva non solo dei viventi e dell’uomo, ma anche dell’universo fisico? Nella discussione vengono talora introdotte spiegazioni ‘ad hoc’: l’opera di Dio non avrebbe potuto piuttosto ‘mimare’ quella della natura? “Anzitutto mi affretto a dire, che moltissime affermazioni di scienziati sono semplicemente ipo­tesi. Ma siano pure cose dimostrate, che importa? Non avrebbe potuto dunque Dio, colla sua onnipotenza, produrre in un solo istante quello che naturalmente richiederebbe milioni e milioni di secoli? Del resto a sostenere la cosmogonia Mosaica non v’è neppure bisogno di ricorrere alla onnipotenza di Dio. Già abbiamo accennato, che i sei giorni della creazione si possono liberamente considerare come sei lunghissimi periodi, come epoche inde­terminate. Ed allora ove la dissonanza? Accu­mulate pure nello spazio di questi periodi, di queste epoche secoli e secoli quanti a voi piace, la parola di Mosè avrà sempre a base la verità”.[4] Un Dio dunque che crea le regole della natura e che poi d’un sol colpo realizza il mondo proprio così come noi oggi lo conosciamo, come se quelle regole fossero state pazientemente applicate!

Certo è che nessuna prova ha potuto finora sconfessare i fondamenti dell’evoluzionismo darwiniano. Tutto ciò che viene continuamente scoperto si rivela essere costituito proprio ‘come se’ la dottrina di Darwin fosse sostanzialmente vera e Genesi ‘letteralmente’ falso. Per difendere Genesi non resterebbe che sostenere che Dio ha creato il mondo, come malignamente suggerisce Richard Dawkins, lasciando deliberatamente in giro “un´enorme quantità di indizi per far sì che sembrasse che avesse avuto luogo l´evoluzione. In altre parole, i fossili, la distribuzione geografica degli animali, la disposizione dei codici del Dna e così via sarebbero soltanto una gigantesca truffa”.[5]

 

 

 

[1] Dianda G., 1911, p. 171.

[2] Dianda G., 1911, p. 125.

[3] Dianda G., 1911, p. 177.

[4] Dianda G., 1911, p. 127.

[5] Dawkins R.: Perché difendo l´evoluzione. La Repubblica, 1 maggio 2006.

 

 

 

 

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