La diffusione della naturopatia e delle medicine alternative

Chi si rivolge all'alternativo

Circa l'8% degli italiani utilizza terapie non convenzionali per affrontare: (a) malattie o disturbi minori, per lo più autorisolventesi, (b) situazioni morbose a forte componente psicosomatica, (c) malattie croniche, gravi, a prognosi infausta.

Essendo tipico della natura umana cercare sempre un senso ed una consequenzialità nelle cose, è possibile che qualunque intervento attuato prima della guarigione tenda ad esserne considerato la causa; così, in molti casi, i meriti della guarigione sono impropriamente attribuiti all'intervento alternativo.

La capacità di comunicare dei medici e della scienza in genere

L'ampiamente lamentata  insoddisfacente comunicazione fra operatori sanitari e pazienti, sembra essere una delle più importanti motivazioni del crescente ricorso alle medicine alternative. A ciò si aggiunge una capillare opera di diseducazione operata dai propugnatori dell'alternativo su di un pubblico recettivo.

Il tipico utente delle medicine complementari ed alternative è comunque una persona istruita, di reddito medio-alto. Ma perché, nonostante i continui "miracoli" della medicina scientifica, che hanno portato per esempio ad un aumento considerevole, negli ultimi cento anni, della vita media e della qualità della vita, il numero delle visite effettuate dai medici alternativi aumenta costantemente (questa percentuale varia da paese a paese e probabilmente è maggiore negli Stati Uniti perché fra l'altro vi sono incluse le visite dei chiropratici) e tende a superare quelle eseguite nell'ambito della medicina convenzionale?

Tralasciando a priori l'ipotesi, comunque plausibile, di una illusione irrazionale collettiva, dobbiamo supporre che in effetti queste persone cerchino "qualcosa" di abbastanza preciso, che sappiano dove trovarlo e che in effetti l'ottengano (anziché in seno alla medicina ufficiale). In parte succedeva così anche più o meno un secolo fa, quando ancora purtroppo chi si rivolgeva ad un medico non poteva sperare, in molti casi, in una risposta d'efficacia granché diversa da quanto offerto dalla medicina alternativa.

Ma quale medico alternativo può realmente offrire oggi qualcosa di più rispetto alla medicina scientifica? Le persone tendono piuttosto ad evitare i medici perché li ha visti trasformarsi progressivamente in tecnici, certamente esperti, ma dal comportamento freddo ed eccessivamente burocratizzati. La comunicazione fra medico e paziente ha assunto sempre più le caratteristiche di un monologo; è unidirezionale, autoritaria, telegrafica, inglobante tutte le fasi del processo decisionale: diagnosi, prognosi, trattamento. Il medico sembra per lo più ignorare l'intelligenza del proprio paziente e come egli sia fortemente interessato a conoscere la propria condizione e a condividere le decisioni terapeutiche.

Nel caso specifico di una grave malattia cronica, l'esperienza di molti pazienti e dei loro familiari, è ancora più frustrante: per la scarsa disponibilità umana e di tempo dei medici, per la difficoltà nell'avere notizie precise (anche per la frammentazione delle competenze e dei tempi di intervento fra diversi specialisti). Il paziente invece vuole soprattutto essere informato, senza false speranze né ingiustificato pessimismo; vuole conoscere per tempo quali saranno i passaggi diagnostici successivi e cosa può aspettarsi dal trattamento; per tutto ciò non basta il poco tempo generalmente dedicatogli dal medico curante, che non è stato istruito riguardo al come gestire e migliorare questo rapporto comunicativo.

Succede così sempre più spesso che molti, spinti da questo sentimento di frustrazione, senza neanche consultare il proprio medico, si rivolgano al mercato dell'alternativo, esponendosi al potenziale danno di chi, sia pure a volte (almeno apparentemente) più aperto al rapporto umano, manca di vere conoscenze mediche adeguate alla situazione clinica.

Il tempo dedicato ai pazienti

La comunicazione fra medico e paziente non si limita alla raccolta dei sintomi ed alla comunicazione di una diagnosi e di un piano terapeutico, ma include fattori psicologici ed emozionali. Il paziente vuole essere compreso nella sua complessità di persona, come unità psichica e corporea in continuo dinamismo, piuttosto che come semplice sommatoria di organi; egli vive quasi sempre un disturbo non solo fisico ma anche esistenziale; la sua esperienza soggettiva diviene il suo centro di riferimento.

C'è chi pensa che in un certo senso i medici "convenzionali" e quelli alternativi siano fra di loro complementari: i primi dispongono di rimedi efficaci ma non hanno tempo sufficiente da dedicare ai pazienti; gli altri non hanno rimedi efficaci ma sanno dedicare il giusto tempo ai loro pazienti. Così alcuni pazienti traggono profitto dai farmaci e altri invece soprattutto dal tempo dedicato loro. L'uso accorto del tempo e del feeling con il terapeuta è secondo alcuni la migliore arma in mano agli alternativi, mentre il problema della reale efficacia di questi sistemi interessa assai meno il pubblico. In effetti, anche se ce ne accorgiamo poco, tutti noi siamo fortemente condizionati da fattori emozionali, al di là della reale efficacia dei trattamenti.

Riunire i due approcci in un'unica competenza rappresenta un passaggio essenziale all'interno del curriculum formativo medico. Le istituzioni dovrebbero sia proteggere il pubblico dalle frodi, che migliorare il rapporto con gli utenti. In genere si tende a impegnarsi più per il primo obiettivo, più facile da focalizzare e forse (in teoria) da realizzare; ma in realtà bisognerebbe dedicarsi altrettanto al secondo.

Uso della medicina alternativa da parte dei medici convenzionali

Le maggiori riviste scientifiche (come ad esempio il British Medical Journal), destinate soprattutto alla vasta platea dei medici pratici, ospitano con sempre maggiore frequenza articoli e lettere nei quali si prospetta la necessità di inserire le medicine complementari ed alternative nella pratica medica e nell'insegnamento.

Negli ultimi anni, in effetti, è notevolmente aumentato il numero dei medici, che accanto alle competenze proprie del curriculum formativo tradizionale, utilizzano tecniche o prescrizioni delle medicine complementari e alternative: ad esempio il test Vega per le allergie, la terapia chelante, i supplementi dietetici e le tecniche mente-corpo. Molto spesso questi medici applicano tecniche diagnostiche e terapie che secondo la medicina ufficiale sarebbero inutili e in certi casi perfino dannose; e tutto ciò non solo perché guidati da una specifica convinzione, ma spesso anche solo per compiacere i propri pazienti, in pratica per non perderli. Ed anche in ambito ospedaliero si tende sempre più ad integrare le terapie convenzionali con quelle cosiddette naturali, per un maggiore comfort del paziente.

Queste circostanze sollevano importanti questioni di etica medica, in particolare questa: i medici e le strutture ospedaliere che oltre a praticare la medicina standard sottopongono i pazienti a terapie alternative, attuano un comportamento fraudolento? La risposta, dal punto di vista della medicina scientifica non può essere, in molti casi, altra che "si".

Le organizzazioni mediche sono spesso intervenute per porre un freno alle affermazioni fraudolente, ma tale campagna si scontra giornalmente con il ben più consistente impegno pubblicitario di chi promuove l'alternativo, in primo luogo i produttori di sostanze e dispositivi utilizzati dalla medicina alternativa, che, bypassando del tutto il filtro della comunità scientifica, immettono sul mercato prodotti che possano essere autoprescritti, e comprati liberamente.

Perché la gente ci crede?

Nessuna persona, dotata di ordinario buon senso potrebbe credere ad affermazioni quali la "memoria dell'acqua" o il "potere terapeutico dei colori" o la capacità di diagnosticare attraverso la lettura dell'iride e l'esame delle dita dei piedi.

Eppure queste assurdità sono di riscontro quotidiano. Non mi riferisco al fatto di credere a qualcosa in particolare, quanto piuttosto alla diffusione di un certo habitus mentale che porta a credere facilmente a ciò che non è vero ma sembra verosimile. La maggior parte degli studi effettuati sull'argomento conferma che il gradimento e l'utilizzo delle medicine alternative è maggiore fra gli individui con livello di istruzione più alto. E' stato ipotizzato che questo comportamento possa dipendere da una minore propensione delle persone più istruite a rispettare il "principio di autorità"; non come frutto di una scelta razionale, ma seguendo una cosiddetta logica postmodernista, secondo la quale ogni verità soggettiva ha altrettanta importanza delle verità scientifiche: non ci sarebbe, secondo questo orientamento, una realtà obiettiva, e dunque perderebbero di senso tutte le affermazioni su cosa è esatto e cosa è erroneo.

Molte malattie presentano un andamento caratterizzato da periodi di stasi alternati a periodi di peggioramento o anche di miglioramento della sintomatologia. Molto spesso la contemporanea somministrazione di un qualunque prodotto o un alto tipo di intervento terapeutico coincidono con il momento di miglioramento clinico e ciò induce a pensare ad una associazione fra le due cose. Ciò porta immotivatamente a scegliere di continuare in quella pratica. L'aspetto più preoccupante di questo fenomeno è che spesso la presunta efficacia di un trattamento viene sbandierata sulla stampa, suscitando l'interesse di persone assolutamente non in grado di giudicare sulla materia.

Automedicazione, promozione pubblicitaria ed uso improprio dei testimonial

L'aumento della quantità di informazione, veicolata dai media, su tematiche mediche o comunque attinenti la salute è al tempo stesso una necessità sentita dal grosso pubblico ed una opportunità di promozione del comparto sanitario in genere. È notorio come la pubblicità tenda a produrre un aumento dei consumi, in qualunque campo. Tanto maggiore ne è l'impatto nel campo della salute. La martellante informazione sanitaria sui media crea nuovi standard di riferimento, ma nello stesso tempo aumenta le preoccupazioni e le insicurezze degli utenti, inducendo ad una maggiore richiesta di esami e controlli medici.

Con la crescita della scolarizzazione e la disponibilità di prodotti efficaci in una ampia serie di piccoli disturbi e con scarsi effetti collaterali, facilmente gestibili dallo stesso paziente, si è diffuso nei paesi più industrializzati l'uso dell'automedicazione, che in parte già rientra fra le nuove abitudini consumistiche. Questa crescente fiducia, ampiamente incoraggiata dai media, nella propria capacità di decidere su cosa fare, è parallela al decrescere della fiducia nella scienza in genere e nella medicina in particolare, tipica di una società incapace di distinguere serenamente fra reale progresso scientifico e cattivo uso delle conoscenze scientifiche.

Gli effetti dell'uso di personaggi popolari, in genere del mondo dello spettacolo, come testimonial di pratiche discutibili, è devastante, in quanto dà ingiusto credito al mondo dell'alternativo. E' ben noto ad esempio l'interessamento per le medicine alternative da parte di molti membri della famiglia reale inglese (anche se è stato sottolineato come in situazioni importanti essi si siano poi rivolti, come tanti che la pensano come loro, alla medicina tradizionale e non a quella alternativa).

Le aspettative dei pazienti

Si sta assistendo in tutti i pesi dell'Occidente ad un deterioramento del rapporto fiduciario fra medici e pazienti. Questi (sempre più trasformatisi in "clienti") contestano l'autorità del medico e rivendicano una propria potestà tecnico-decisionale, nonostante l'evidente e crescente "asimmetria informativa".

Molti secoli orsono, lo studio delle sostanze idonee a guarire o lenire le sofferenze dell'uomo malato costituiva la parte essenziale della pratica medica; nel mondo moderno invece l'atto terapeutico in sé è solo una delle fasi di un processo più lungo. Nel frattempo il rapporto medico-paziente si è diluito nel tempo e spersonalizzato, per il successivo intervento di competenze specialistiche diverse e per i molti passaggi tecnico-diagnostici.

Un problema di importanza crescente è quello, soprattutto fra i medici di Medicina Generale, di dovere affrontare le aspettative di pazienti allertati da quanto leggono sulle riviste più diffuse o ascoltano dalle TV commerciali. Nello steso tempo, un numero crescente di riviste mediche si impegna nel commentare e smentire le notizie a carattere sanitario o pseudosanitario che compaiono sui media.

L'esempio paradigmatico è quello sul cancro. Nonostante il continuo accrescersi delle conoscenze su questa patologia, l'aspettativa del pubblico per immediati risvolti terapeutici viene abbastanza delusa. Le nuove terapie debbono infatti superare severe prove di efficacia e sicurezza prima di essere adottate e tutta questa prudenza può non essere compresa dai non addetti ai lavori, che fra l'altro non sono tempestivamente informati sui reali progressi in corso nei laboratori di ricerca.

In contrasto a ciò, i media danno sistematicamente ampio risalto ad affermazioni, prive di oggettivo riscontro, su presunte nuove cure alternative.

Molti pazienti, affetti da gravi patologie, si rivolgono ai medici alternativi perché questi sostanzialmente rifiutano le sentenze della medicina scientifica, ad esempio in molte patologie tumorali, e danno loro una qualche speranza. Se un medico onestamente afferma che non esiste al momento alcun efficace trattamento per una situazione grave, quel paziente cercherà di aggrapparsi a qualunque soluzione gli sia prospettata. Il medico può aiutare il paziente facendogli capire che non intende abbandonarlo e che si forzerà di offrirgli il migliore sostegno possibile, sia dal punto di vista scientifico che emozionale, ma questo in molti casi non basta, soprattutto quando è chiaro al paziente o ai suoi familiari che altri operatori della salute offrono, accanto alle risorse della medicina scientifica, forme non ortodosse di trattamento che, quand'anche non eticamente accettabili e deontologicamente scorrette, vengono presentate come promettenti nei risultati.

Una volta sottoposto a queste terapie alternative, il paziente spesso crede inizialmente di ottenere qualche miglioramento, ma il suo giudizio è fortemente condizionato dalla sua disperazione e dalla voglia di guarire a qualunque costo. Se qualcuno afferma che il tumore è una malattia cronica controllabile (se si stimola il sistema immunitario, o si instaura un certo regime salutista) ciò ha un impatto positivo sulla percezione della propria malattia da parte del paziente.

Un effetto più evidente può essere apparentemente raggiunto da quei medici che sostengono come i tumori siano conseguenti a stati mentali o emozionali abnormi; in tali casi viene solitamente proposto un trattamento basato su biofeedback, meditazione, yoga, e altre tecniche di rilassamento che possono inizialmente incidere positivamente almeno sulla psiche del paziente.

L'approccio della naturopatia

 La naturopatia, come altre medicine alternative, spiega la sua presunta efficacia terapeutica per lo più con una qualche azione di  disintossicazione, unita al rafforzamento del sistema immunitario. Per raggiungere questo scopo ci si avvale di una lunga serie di preparati e tecniche; dalla rimozione delle amalgame dentarie, alla pratica del Qigong; dalle diete vegetariane alle erbe cinesi ed alle megadosi di vitamine e minerali; ed ancora tessuti animali come la cartilagine di squalo, enzimi, prodotti ghiandolari, fitofarmaci, prodotti omeopatici.

Secondo la  FDA, "quackery" è la distribuzione di disinformazione nell'ambito della salute, includendo in ciò uomini e prodotti; è la proposizione ingannevole di fatti non veri o non provati.

Dunque, sono egualmente fraudolenti coloro che offrono cure miracolose senza avere una preparazione scientifica, i prodotti venduti con una pubblicità ingannevole riguardo i loro effetti, i dispositivi che fanno spendere soldi all'ignaro paziente senza avere alcuna efficacia.

In questi ultimi decenni è cambiata la percezione dello status del medico. Egli non è più quello che conosce le risposte ottimali ai problemi della gente; i pazienti vogliono saperne di più sul come e perché il proprio terapeuta compie le sue scelte, e vogliono essere coinvolti nelle sue decisioni. Ma soprattutto i pazienti non vogliono che si considerino i loro problemi come una semplice disfunzione di uno o più organi, di uno o più pezzi di una macchina. Per questo sono divenuti abbastanza recettivi alle promesse di un atteggiamento che si definisce olistico, dimenticando che la "buona" medicina ha sempre considerato l'uomo nel suo complesso.

I pazienti, suggestionati dal mondo dell'alternativo, dovrebbero piuttosto essere correttamente informati su quali sono i titoli e quale il curriculum di chi pratica le medicine alternative; possono, è vero, essere incoraggiati da costoro a migliorare la loro nutrizione ed il loro stile di vita, ma avendo sempre ben presente che questi fattori, da soli, non possono fare alcunché contro le più importanti patologie come il cancro o le malattie infettive.

Il ruolo dell'alimentazione

La naturopatia attuale si basa soprattutto su: miglioramento dello stile di vita, dieta, disintossicazione, supplementi nutrizionali e fitoterapia.

I più entusiasti fra i suoi sostenitori ritengono che questa sia oggi la medicina alternativa più vicina alla medicina scientifica, cui somiglierebbe in molti aspetti.

L'approccio iniziale della naturopatia è stato indubbiamente non scientifico o antiscientifico, legato essenzialmente all'ideale di un ritorno alla natura; ma la stessa accusa di non scientificità viene tradizionalmente rivolta anche alla medicina ufficiale, che ha ampiamente ed a lungo usato in passato trattamenti piuttosto discutibili, come ad esempio l'uso intensivo dei purganti, il salasso, o la terapia elettroconvulsivante.

I naturopati ritengono di avere comunque adottato, soprattutto sul finire del novecento, un atteggiamento ed una metodologia sempre più vicini a quella scientifica e di essersi direttamente interessati alla ricerca biologica. Ma queste cosiddette ricerche sono condotte pressoché sempre da singoli centri o operatori, su campioni limitati e senza rigorose controprove; e i risultati per lo più vengono pubblicati su giornali di parte, non referenziati, e subito sbandierati irresponsabilmente sui media.

Secondo la maggior parte delle scuole naturopatiche, le carni non rientrano fra i componenti naturali della dieta umana, in quanto l'uomo sarebbe stato in origine vegetariano. Secondo le idee correnti, invece, l'uomo era in origine prevalentemente ma non esclusivamente vegetariano, ma si sarebbe evoluto come cacciatore e quindi come carnivoro. Anzi, proprio il passaggio alla caccia sarebbe stato determinante per la acquisizione di attività di cooperazione sociale; inoltre, proprio il migliore soddisfacimento delle necessità alimentari con una alimentazione carnea, ha ridotto il tempo necessario a procurarsi il cibo, liberando energie utilizzabili in nuove attività. Con il tempo il nostro apparato digerente si sarebbe adattato sempre meglio all'alimentazione carnea, al punto che essa è divenuta indispensabile; anche perché è l'unica con cui è possibile acquisire gli aminoacidi essenziali, carenti con una alimentazione a base di vegetali, e che l'uomo attuale non può sintetizzare perché privo dei geni necessari.[1] In pratica, attualmente è pressoché impossibile applicare, per la nostra specie, un regime alimentare diverso da quello che verosimilmente avevano alcuni nostri lontanissimi progenitori: la dieta carnea o comunque con un importante contenuto di carni è dunque, dal punto di vista biologico, la dieta "naturale" per l'umanità, da migliaia o milioni di anni. Fra l'altro, così provano le testimonianze archeologiche (dalle pitture rupestri con scene di caccia, ai resti di focolari) e così viene dedotto dallo studio dei fossili umani.

L'avversione alle carni da parte dei primi naturopati, uno dei cardini di questo sistema, può essere compresa sulla base di una serie di tradizioni, di idee preconcette e di false conoscenze proprie del loro tempo. Gli alimenti, ad esempio, venivano considerati essenzialmente per il loro valore energetico e non per la loro composizione, divenendo di fatto praticamente equivalenti. Nelle formulazioni più moderne del credo naturopata, una volta preso atto delle conoscenze sul valore nutritivo degli alimenti, dunque dello specifico significato dei singoli componenti, i vegetariani ritengono che sarebbe possibile introdurre diete vegetali bilanciate che suppliscano del tutto all'assenza di carni. Ma anche in questo caso occorrerebbe integrare la dieta con vitamine e sali minerali, nelle quantità ottimali. In sostanza, non ci si troverebbe più di fronte ad una dieta "naturale" ma ad una sofisticata prescrizione "medica".

L'opposizione dei naturopati all'alimentazione carnea resta una filosofia di vita, piuttosto che l'applicazione di una norma salutistica alimentare ideale. Rientra fra le manifestazioni di opposizione al vivere dell'uomo "civilizzato" che cominciarono a comparire nell'Europa di fine settecento; in particolare al disgusto provato verso l'uccisione di un essere vivente, a scopi alimentari. Ma se ci riferiamo all'uomo del paleolitico, la caccia e quindi l'uccisione di altri animali era un'attività del tutto ordinaria. L'unica differenza con l'età moderna consiste nel fatto che oggi l'uomo alleva direttamente gli animali allo scopo di ucciderli, impedendogli loro perfino la possibilità di vivere "un'esistenza piena e naturale allo stato libero" prima di essere uccisi.[2] La presa di coscienza della crudeltà nei confronti dell'animale è probabilmente la vera causa del rifiuto per la carne.

Cos'è che guarisce?

La naturopatia si rifà invariabilmente a due principi: (a) il corpo di autoregola e si autoguarisce, e (b) il sistema nervoso controlla tutto quello che avviene all'interno del corpo.
Ne consegue che se c'è un problema di salute, sia generale che limitato alla regolazione di un sistema o di un organo, ci "deve" essere un problema all'interno del sistema nervoso; oppure, il sistema nervoso è capace di capire cosa c'è che non va e sa rispondere con una dovuta "informazione" per superare il problema. Se il sistema nervoso è incapace di risolvere il problema, il processo di guarigione può essere aiutato/stimolato "naturalmente" (ad esempio tramite trattamenti manuali).

Ma qual è la portata e quali le espressioni di questa capacità di autoguarigione, i cui riscontri sono sostanzialmente aneddotici?

In quanto al punto (a), la medicina scientifica ribatte che il processo di guarigione non avviene entro il cervello, ma per lo più all'interno dei singoli organi, a livello cellulare, indipendentemente dal cervello. Il sistema immunitario ed i  processi di guarigione, così come molti altri sistemi di regolazione dell'organismo, sono infatti pienamente attivi anche nei soggetti in stato di morte cerebrale. Il processo di guarigione piuttosto non si attiva sempre e non è sempre parimenti efficace. Se infatti veramente il corpo fosse pienamente capace di autoguarigione, nessuno (a patto di praticare un sano stile di vita) dovrebbe mai morire di malattie (in particolare quelle acute) e probabilmente non ci sarebbe neanche bisogno di terapeuti alternativi.

In quanto al punto (b), moltissimi processi avvengono nel nostro organismo senza alcun intervento del sistema nervoso (o quello del sistema nervoso è solo un intervento fra i tanti): ad esempio la digestione, l'eliminazione delle scorie, la crescita somatica, la guarigione di lesioni locali.

Caratteri comuni alle pseudoscienze

Secondo le medicine alternative, viste nella loro contrapposizione alla medicina scientifica, sembra che non esistano verità generali, ma solo realtà individuali. Questo atteggiamento non è limitato alla medicina ma è parte di un più generale movimento culturale, che mette in dubbio la legittimità stessa della scienza e dei suoi procedimenti.

In realtà, anche le pseudoscienze mediche mostrano, in contraddizione con quanto affermato sopra, importanti caratteri comuni, e danno priorità ad alcune affermazioni, presentate come verità generali.

  1. a) Primo fa tutti il concetto di "energia", quanto mai vago. Nulla a che vedere con quantità misurabili, ma piuttosto qualcosa di quasi spirituale. Ogni medicina naturale da a questa energia un proprio nome ed una propria definizione: "forza vitale" per l'omeopatia, "qi" per la medicina cinese, "prana" per la medicina Ayurvedica, "intelligenza innata" per i chiropratici. La stessa energia, in qualunque modo la si chiami, viene considerata come se fosse una sostanza, un'essenza, mentre invece ogni energia non è altro che una poprietà posseduta da qualcosa (che in questo caso non si tenta neanche di definire);
  2. b) Tutti i trattamenti naturali (diete, erbe, manipolazioni) sono ritenuti più efficaci di quelli farmacologici e della chirurgia, ed i prodotti di origine naturale più efficaci e sicuri di quelli di origine sintetica;
  3. c) Si ritiene che il corpo abbia una enorme capacità di autoguarigione, che si estrinseca naturalmente, ma che all'occorrenza può essere risvegliata ed accresciuta in vari modi: con l'assunzione di sostanze nutrienti naturali, con le manipolazioni vertebrali, con la meditazione, con i rimedi omeopatici, con l'eliminazione di tossine etc.;
  4. d) Molte delle sostanze che assumiamo, ad esempio lo zucchero, diverrebbero dei veleni a causa dei trattamenti industriali e nella preparazione dei pasti;
  5. e) La maggior parte delle malattie sono contraddistinte (se non determinate) dall'accumulo di tossine (provenienti dall'ambiente o dagli alimenti), specialmente lungo il colon, per cui la loro eliminazione è una delle attività curative più importanti;
  6. f) Tutte le medicine alternative si oppongono in qualche modo ai provvedimenti di salute pubblica: la fluorizzazione delle acque, la pastorizzazione del latte, le vaccinazioni obbligatorie, etc;
  7. g) La scienza e la medicina scientifica sono limitate ed erronee.

La libertà di cura

Una delle più ostentate richieste da parte dei sostenitori delle medicine complementari ed alternative è quella di far sì che le possibili "vie alla guarigione" comprendano tutto l’ampio range di prodotti e pratiche atti a "mantenere e ritrovare lo stato ottimale di salute". In particolare, si lamenta che la medicina pratica abbia dato eccessiva importanza ai farmaci ed alla chirurgia, fino a farli divenire di fatto l'unica forma di intervento.

Indubbiamente, la medicina "meccanicista" ha acquisito un assoluto predominio nel pensiero e nella pratica quotidiana in tutto il mondo occidentale; nel Nord America ed in Europa vi è un crescente ricorso alla medicina farmacologica ed alla chirurgia, ampiamente giustificato alla luce dei risultati ottenuti. È altresì evidente una crescente occidentalizzazione della medicina locale nelle altre regioni del mondo, mano a mano che esse escono (o cercano di affrancarsi) dalla loro condizione di sottosviluppo e di arretratezza culturale e sociale.

Ma all'interno delle società più protette sotto il profilo sanitario, questo modello medico viene contestato, perché ritenuto eccessivamente riduttivo e chiuso nella sua autocelebrazione. Si depreca che molti medici non utilizzino, svincolandosi dalle logiche del sistema, tutto l’intero bagaglio di sistemi curativi di cui potrebbero disporre, anziché limitarsi in pratica ad accettare ciò che viene approvato ufficialmente, senza preoccuparsi di cercare adeguate informazioni su tutti gli altri sistemi curativi disponibili.

La pratica medica viene dunque accusata di limitare "colpevolmente" le proprie risorse, sacrificando approcci di tipo diverso, dai quali il paziente sente soggettivamente di potere ottenere risultati migliori e più rispondenti alle proprie esigenze.

Non solo viene rivendicata la possibilità di accedere a queste altre pratiche, ma anche la libertà di decidere quando e perché, decretando di fatto la fine di quella che è stata da sempre una delle caratteristiche del rapporto medico-paziente: la delega fiduciaria al medico di quasi tutte le scelte operative, in base al riconoscimento del possesso di un patrimonio specifico di conoscenze. Non si tratta dunque della semplice applicazione del principio del consenso informato, oramai definitivamente introdotto nella prassi e nella deontologia medica, ma di pretendere di ottenere dal sistema sanitario quello che più si preferisce.

Su quali basi può essere considerata legittima questa pretesa? Come sostenere che si possa trattare, nella maggioranza dei casi, di una scelta legittimamente "motivata"? Il desiderio dell'utente del sistema sanitario può superare il valore della scelta operata da un professionista della salute?

Il pubblico, in cerca di un non meglio definito "benessere", non ha infatti alcuna difficoltà nel raccordare concetti e suggestioni che derivano dalle più svariate fonti; egli è portato ad accettare nello stesso tempo informazioni provenienti dal mondo scientifico e semplici credenze; e dunque, alla fine, non opera una scelta motivata, ma semplicemente si appoggia a tutto quello che pensa possa essergli utile.

Il problema della libertà di cura non è comunque semplicemente di natura medica, in quanto investe anche aspetti giuridici e di economia sanitaria. Se è vero che chiunque è libero di spendere come vuole il proprio denaro, è altrettanto vero che lo stato può essere chiamato a sostenere le cure solo laddove queste risultino riconosciute come di comprovata efficacia.

Appare fra l'altro abbastanza strano che, mentre deve affrontare queste istanze provenienti dal pubblico (ed a cui sempre più frequentemente fanno eco discussi provvedimenti legislativi), il medico si trovi sempre più ingabbiato nella sua attività clinica, da "linee guida" e "protocolli terapeutici"; di fatto il suo "tradizionale" diritto ad agire secondo "scienza e coscienza", con la massima "libertà terapeutica", in virtù del suo bagaglio culturale e della sua esperienza clinica, è sempre più coartato, da una parte (non sempre opportunamente) da norme che provengono dal di fuori del mondo scientifico, dall'altra (giustamente) dalla necessità di conformarsi responsabilmente a quanto ha ottenuto il consenso della comunità medica internazionale.

In nessun altro campo della vita pubblica è così ingiustificata ed arrogante la pretesa di sostituire al parere dell'esperto in materia quello dell'uomo della strada (sia pure nella considerazione, legittima o meno che sia, che ne vada in gioco la propria salute).

Episodi come le discussioni pubbliche e le polemiche relative all'impiego della "multiterapia Di Bella" hanno evidenziato una pericolosa tendenza a confondere propaganda, giornalismo (non sempre attento e di qualità), divulgazione scientifica e valutazione scientifica, e soprattutto un crescente condizionamento delle scelte di politica sanitaria da parte di non addetti ai lavori.

La pretesa di potere legittimamente invocare una libertà di scelta terapeutica, maschera inoltre importanti conflittualità. Si contesta che il solo fatto di appartenere ad una associazione medica (come la American Medical Association) costringa implicitamente gli operatori sanitari, non solo a schierarsi contro ogni forma di medicina alternativa ma perfino a sentirsi impegnati nello screditarla, anche per ragioni di tornaconto economico: il bisogno di mantenere una lobby sul mercato della salute, in combutta con le industrie farmaceutiche e nell'ambito di una generale cospirazione contro evidenze alternative.

Entriamo così nel delicato ambito della libertà di espressione, così risolutamente in primo piano nell'epoca della comunicazione globale.

Fermo restando un principio generale, legittimo ed ampiamente riconosciuto nel mondo occidentale e in tutti i paesi democratici, è sempre più evidente come la libertà di espressione debba comunque avere delle regole, e fra queste quella che ciò che noi affermiamo non deve, responsabilmente, arrecare un danno agli altri.

Il settore sanitario, in questo senso, è uno dei più delicati. Tutto ciò che si muove al suo interno non può che essere sotto costante e attento controllo: sicurezza delle procedure; preparazione professionale degli operatori (sotto il controllo sia governativo che delle associazioni professionali); ricerca farmacologica e commercio dei farmaci; produzione e vendita di apparecchiature sanitarie. Ma l'interesse pubblico non può limitarsi a questo e deve necessariamente includere la verifica che tutto quanto è in commercio sia adeguatamente testato per sicurezza ed efficacia, che rispetti le leggi ed i regolamenti in materia, che vengano promossi i criteri della Medicina basata sulle evidenze e in genere l'avanzamento della conoscenza scientifica. La medicina alternativa è in palese contrasto con tutto ciò.

Come è possibile consentire che nell'ambito della sanità si possa inserire di tutto, in una sorta di una rischiosa sperimentazione senza regole? La libertà di cura, che ha strette connessioni con più ampi interessi sociali (ad esempio nel caso delle vaccinazioni) non può essere trattata alla stessa stregua della libertà di culto e di parola, che ricadono nell'ambito delle libertà personali.

I pazienti, che reclamano la libertà di scegliere, ma non hanno alcuna preparazione medica, non possono essere capaci di distinguere ciò che è serio da ciò che non lo è; non hanno una precisa idea di cosa comporti una terapia od una procedura medica. La loro visione della medicina e delle malattie non può che essere semplificativa, tendente a ridurre situazioni complesse a singoli problemi con una singola soluzione.

In una visione più generale, il pubblico non può essere esperto in tutto; anzi, nel mondo moderno, è sempre più difficile per un singolo individuo seguire i progressi nelle diverse discipline. Purtuttavia sono sempre più numerosi coloro che, pur senza assumere nessuna precisa responsabilità legale e professionale, invocano questa presunta libertà di autodecisione nel campo sanitario. Il loro atteggiamento è perennemente conflittuale, polemico se non aggressivo; ma al clamore delle loro obiezioni non corrisponde una reale volontà di confrontare le idee, di mostrare le prove delle loro affermazioni, di discutere su dati sperimentali, perfino di ragionare con un poco di buon senso. La loro idea di libertà è funzionale solo alla difesa della propria posizione. In molti casi non si può che dubitare della sincerità con cui difendono le proprio idee, e su quanto siano condizionati da interessi personali.

Procedure mediche inutili

Una delle più comuni accuse alla medicina scientifica è quella di utilizzare procedure diagnostiche complicate e costose, spesso dannose, sia come screening che in fase di decisione clinica. L'obiezione non è affatto infondata; la maggior parte degli esami di routine a cui ad esempio vengono sottoposti i pazienti nel periodo preoperatorio sono del tutto inutili.  Critiche ed autocritiche in questa direzione vengono regolarmente esposte in riviste referenziate, e rappresentano uno degli aspetti più importanti dell'informazione scientifica rivolta ai professionisti della salute.

La medicina alternativa invece, a detta dei suoi sostenitori, non userebbe procedure "non necessarie". Ma non si può essere d’accordo con questa affermazione. Innanzitutto, anche nelle medicine alternative sono presenti, sia (a) un livello di diagnosi basato su di una semeiotica "esterna" al corpo (esame delle feci, delle urine etc.), che è concettualmente l'equivalente della raffinata diagnostica di laboratorio, che (b) un livello di diagnosi basato su di una diagnostica sul corpo (esame della persona, dell'iride, del polso, etc.) che è l'equivalente della semeiologia medica integrata dalle procedure di diagnostica strumentale. La maggiore o minore utilità di questa diagnostica può essere discussa sul singolo caso, ma non come problema generale; e i medici alternativi, come i medici scientifici, tendono ad applicarla più o meno estensivamente su tutti i loro pazienti.

Se fra le procedure inutili si vogliono includere anche quelle di screening, si può segnalare il fatto che esse esistono anche nel campo dell'alternativo; l'esame iridologico, ad esempio, è propagandato come finalizzato anche ad una diagnosi di debolezza d'organo, possibile già prima della comparsa di una patologia conclamata.

Sotto un'angolazione diversa, occorre notare che una certa parte di queste procedure che si presuppongono "non necessarie" è praticamente divenuta pressoché inevitabile anche per ragioni legali, in virtù dell'esistenza sia di norme deontologiche mediche che di norme giuridiche, tese a cautelare il malato da un intervento medico scorretto o insufficiente. Le medicine alternative, non essendo soggette a tali controlli, non hanno invece finora sentito la necessità di darsi delle "linee guida" al pari della medicina scientifica; in tal senso appare chiaro come in una buona fetta del mercato dell'alternativo manchi una assunzione di precise responsabilità da parte dei suoi praticanti.

I rischi dell'alternativo

Le medicine alternative sono praticate, in tutto l'occidente, da molti medici di base, in associazione con la medicina convenzionale; e almeno cinque milioni di italiani (ma il numero è probabilmente sottostimato) vi farebbero abitualmente ricorso.[3] L'atteggiamento degli Ordini dei Medici è stato a lungo né più né meno di semplice tolleranza, evitando di pronunciarsi sulle questioni di merito.

Nelle società evolute, la salute è così diffusa che si è persa la coscienza di cosa fosse in passato il timore delle malattie, in primo luogo di quelle epidemiche, e non ci si rende spesso nemmeno conto del perché oggi siamo in grado di non averne più paura.

Viviamo in una epoca di grande democrazia  e di grande libertà di informazione. Ma ciò ha prodotto alcuni effetti devastanti: una diffusa ignoranza sulla consistenza del sapere medico-scientifico e sui suoi progressi lascia liberi molti operatori delle più diverse estrazioni di farsi strada sbandierando teorie senza alcun fondamento, che si diffondono per mille canali e raggiungono il grande popolo dei creduloni. Prima che i profeti delle false medicine possano essere fermati, essi hanno già prodotto danni notevoli alla cultura, alla salute ed al portafoglio di chi li ha seguiti fidandosi.

Nel mondo attuale non è certamente insensato pretendere quindi di insegnare nelle scuole la differenza che esiste fra la scienza e le idee senza alcun fondamento: quanto accaduto recentemente in alcuni stati statunitensi, dove si è voluto mettere sullo stesso piano creazionismo ed evoluzionismo, dimostra quanto sia pericolosa l'ingerenza ideologica e come la percezione stessa della scienza fra il grosso pubblico sia a forte rischio per una involuzione con conseguenze catastrofiche: basti pensare a cosa potrebbe succedere si  decidesse di abolire le vaccinazioni.

Di fronte al rischio concreto di ricadere in quel contesto di ignoranza misto a superstizione che aveva caratterizzato l'epoca prescientifica, si pone un ricorrente problema: come fermare la diffusione delle idee antiscientifiche, senza per questo limitare la libertà di espressione possibile nei paesi democratici e nell'epoca di Internet? Lo scambio di comunicazione in rete, infatti è in buona parte uno scambio informativo basato sulla vicendevole ignoranza: mai si era vista, come oggi avviene sui newsgroup di Internet, una tale massa di pubbliche discussioni basate su di una conoscenza approssimativa (o nulla) dei più elementari concetti scientifici.

È legittimo smascherare inganni ed errori?

Secondo i sostenitori delle medicine alternative, la scienza non è legittimata ad esprimere opinioni sulle loro discipline, perché ne nega a priori la realtà: gli scienziati non sarebbero interessati a verificare se esistano evidenze in favore di singole pratiche alternative (così come in favore dei fenomeni paranormali) e ciò comproverebbe l'esistenza di un atteggiamento pieno di pregiudizi.

L'invasione delle medicine alternative è tuttavia, al momento attuale, così massiccia, che evidenziarne gli errori e le contraddizioni è divenuto quasi un hobby per chi crede nella causa della razionalità e della scientificità. I medici alternativi non gradiscono tale  intervento, ed obiettano che questo cosiddetto "debunking" ("smascheramento") non è vera scienza, ma piuttosto una reazione emotiva e preconcetta alle loro idee; secondo loro, gli scienziati dovrebbero piuttosto sforzarsi di sperimentare quanto viene affermato dalle medicine alternative.

Ogni intervento di debunking in realtà non è affatto ingiustificato, e non si vede perché gli alternativi lo debbano temere. Più che essere un atteggiamento fine a se stesso, (evidentemente lo è in certi casi, ma ciò fa parte della tendenza generale a specializzarsi, in tutte le attività umane), il debunking è parte del ragionamento scientifico nel suo complesso: "A non può essere vero a causa di B"; ovvero, non si può definire ciò che è vero se non si sa stabilire ciò che non è vero.

Se l'obiettivo è quello di smascherare le frodi mediche, il debunking appare più che legittimo. Lo scienziato dice all'alternativo: io ti dimostro che ciò non è possibile, e tu dimostrami che invece è possibile. Scoprire che qualcosa non è efficace ha lo stesso valore per la scienza dello scoprire cosa è efficace (nella ricerca di farmaci nuovi e nella verifica della efficacia di una terapia in effetti si procede così).

Cercare di screditare un'idea contraria alla propria è parte del procedimento scientifico, se tale procedimento segue una logica di verifica (e non è basato su di un semplice pregiudizio od una avversione ad personam). In questo senso, la stessa sperimentazione clinica dei farmaci, è sempre un processo di debunking. Non bisogna dunque attribuire a questo concetto un valore emozionale in senso negativo e dispregiativo.

Va sottolineato, in particolare, che molte volte non è chiara al grande pubblico la distinzione fra riviste che divulgano in maniera accessibile i concetti convalidati col metodo scientifico e altre riviste o giornali che invece si propongono di propagandare fatti e teorie prive di qualunque evidenza. Un buon punto di riferimento per il pubblico dovrebbero essere invece quelle riviste scientifiche, di carattere generale ed a maggiore diffusione, che abitualmente presentano articoli che fanno il punto sullo stato dell'arte di particolari discipline o di specifici argomenti, con puntuali riferimenti alle ricerche originali.

Un importante spartiacque fra medicina scientifica e pratiche alternative è la gestione degli effetti avversi della terapia: mentre nella medicina scientifica singole osservazioni negative, ad esempio di rari effetti avversi di un farmaco, inducono a comportamenti restrittivi (sanciti da specifiche normative), nelle medicine alternative ciò sostanzialmente non avviene; anzi, intere teorie palesemente basate su erronee cognizioni di anatomia e di fisiologia (come ad esempio l'iridologia), possono tranquillamente essere sbandierate al pubblico, con tutte le possibili conseguenze negative per la salute.

Chi pratica l'alternativo obietta in genere che singole evidenze negative non possono essere usate come cortina fumogena per screditare tutto il complesso delle medicine alternative.

La maggior parte dei lavori sulle medicine alternative si è comunque sempre basata sulla descrizione di pochi o singoli casi, che possono suscitare interesse ma non provano nulla di definitivo e non convalidano in alcun modo quella disciplina nel suo complesso. In questi lavori si enfatizzano alcuni particolari come se essi costituissero il momento essenziale della dimostrazione, e si creano degli arbitrari cortocircuiti fra fatti non assimilabili; ma il loro inserimento in una teoria generale è generalmente debole e forzato.

L'osservazione aneddotica ha senza dubbio avuto un ruolo nella scienza, suggerendo nuovi itinerari di ricerche; ma, nelle medicine alternative, l'aneddotica è piuttosto la regola, giacché mancano altri livelli di evidenza.

Conclusioni

Il racconto di come sia nata la naturopatia non rientra, se non incidentalmente, fra gli scopi di questo scritto, così come l'analisi della sua evoluzione storica e la descrizione delle diverse correnti ed orientamenti attuali.

Ho cercato piuttosto di porre l'accento su alcuni enunciati e posizioni della naturopatia, in genere comuni a tutte le medicine alternative, sottolineando il loro profondo contrasto con le acquisizioni della medicina scientifica e più in generale il rifiuto di fondo del metodo scientifico. Fra i tanti punti di conflitto, ho ritenuto illuminante analizzare l'idea di "natura" e i conseguenti enunciati circa la "vita naturale", le "leggi naturali", lo "stato di salute naturale", le "terapie naturali".

Mi sembra più che evidente come il concetto di natura, fatto proprio dalla naturopatia (ammesso che lo si possa ritenere sufficientemente definito e coerente), non tenga affatto conto di fatti e di constatazioni oramai assolutamente irrefutabili; dibattiti e contese quali quelle tipiche del XIX° secolo, pro e contro la nuova immagine scientifica del mondo, non hanno oggi alcun senso, se non all'interno di sistemi religiosi, legati ad un'arcaica (ma gratificante) concezione del mondo, che rifiutano in modo preconcetto l'evidenza dei fatti.

Mi sembra utile, per concludere, sintetizzare alcuni punti chiave, di quanto fin qui esposto

In aperta contrapposizione con le più avanzate istanze della riflessione scientifica e la conseguente immagine "materialista" del mondo e della vita, il riferimento ed il ricorso al naturale possono essere sostenuti solo accettando aprioristicamente alcune affermazioni:

  1. la natura sarebbe una sorta di scenario esterno al mondo umano, immutabile, regolata da leggi inderogabili;
  2. l'uomo, pur appartenendo fisicamente al mondo animale, non deriva da esso;
  3. mentre il corpo partecipa alle leggi del mondo naturale, il mondo mentale e l'insieme delle tecniche umane hanno in qualche modo carattere e significato diversi da quelle proprie degli altri organismi viventi; sono prodotti artificiali ed in quanto tali in contrasto con i costituenti naturali del mondo;
  4. in natura non esistono forze di per sé in contrasto con le leggi della natura;
  5. esiste una categoria di attività dell'uomo "innaturali";
  6. l'evoluzione del pensiero ed i suoi prodotti non hanno alcun intrinseco valore, in quanto non essenziali;
  7. dal punto di vista medico, le sostanze presenti in natura sono quelle necessarie e sufficienti a garantire la salute e a combattere le malattie;
  8. le sostanze organiche identiche per struttura a quelle presenti in natura (elaborate dal mondo vegetale ed animale), ma prodotte artificialmente, hanno proprietà diverse;
  9. tutte le sostanze prodotte per sintesi ma non presenti in natura non sono che veleni generati dalla civiltà;
  10. il rifiuto della medicina scientifica non può prescindere da un rifiuto in blocco di tutto il progresso scientifico e tecnologico, in tutte le sue espressioni e prodotti;
  11. l'uomo non ha alcun diritto a modificare l'ambiente in cui vive, ma solo quello di vivere all'interno di esso, seguendone le leggi;
  12. la conoscenza immediata del mondo non ha un valore diverso rispetto al suo studio secondo il metodo scientifico;
  13. fra le capacità "naturali" dell'uomo c'è anche quella di sapersi scegliere la cura.

Nessuna di queste affermazioni può essere condivisa all'interno dell'attuale visione scientifica della natura; e non vi è alcuna ragione per ritenere che qualcuna possa essere convalidata in futuro, per cui dobbiamo ritenerle false ed illusorie; per tale motivo, qualunque applicazione pratica di procedure derivate non può che risultare inutile se non controproducente.

 

[1] Morris D.: 1990, p. 89.

[2] Morris D.: 1990, p. 87.

[3] In difesa della salute e della medicina scientifica. La professione, maggio 2000, p. 10.