"Il Tao della medicina"   di Teodoro Brescia

Hermes Edizioni, Roma, 2001
Pag. 216. Euro 12.91

Ampliando quanto già esposto nel precedente "Il Tao dello spirito", questo saggio entra nello specifico della medicina tradizionale cinese. Sulla base di argomentazioni e riscontri, divergenti da quelli documentari ed archeologici convenzionali, il taoismo viene presentato come il residuo, specifico dell'area cinese, di una più grande conoscenza, originaria di Atlantide, troppo complessa ed avanzata per essere compresa da popolazioni primitive che vi avrebbero avuto un accesso incompleto, per via iniziatica. Di questa antica civiltà esisterebbero ancora oggi ampie tracce culturali, particolarmente evidenti nella filosofia taoista, in origine vera scienza completa dell'uomo, ma il cui patrimonio sarebbe andato incontro ad una progressiva dispersione.

Da qui il presente tentativo di recuperarne il significato ed i contenuti sia sul piano concreto delle conoscenze tecnico-operative che su quello della simbologia e filosofia di fondo.

L'operazione compiuta dall'autore si inquadra dunque, fin troppo scopertamente, nel filone del recupero sincretistico new-age di presunti equilibri di una mitica età dell'oro, in cui i bisogni umani avrebbero trovato una più adeguata risposta, rispetto ai tempi attuali, in un consolidato e più completo patrimonio complessivo di conoscenze. Questo rivolgersi verso il passato, verso l'uomo che secondo il pensiero contemporaneo non c'è mai stato, ma che molti vorrebbero invece esistito, concretizza in effetti l'ennesima operazione di rifiuto del mondo moderno, il sottrarsi ai suoi reali problemi, nei termini in cui essi in effetti si presentano: gravati della complessificazione delle scienze attuali e troppo lontani dalla seducente semplificazione dei grandi sistemi arcaici di pensiero, evidentemente più vicini al senso comune ed alla comprensione dei non addetti ai lavori. Lo stupore per il meraviglioso proprio della scienza analitica moderna viene così sostituito da una nostalgia, neanche troppo mascherata, per l'uomo ideale archetipico.

Quella che per lo storico della scienza è al massimo un'operazione di archeologia del pensiero, diviene per il nostro autore il tentativo di recupero di un'unità primigenia, coerente con l'immagine di ricorrenza ciclica dell'universo propria del pensiero orientale, e ben lontana da quell'idea di un procedere rettilineo, dall'unità alla complessità e dall'indistinto al definito, che prevale nel pensiero, anche religioso, occidentale. Non a caso, egli chiede che la scienza medica attuale cerchi di interpretare la medicina tradizionale cinese, come se questa avesse valore conoscitivo maggiore.

Sulla base di verità generali, e dunque definitive, la scienza antica del Tao sarebbe inoltre capace di spiegare esperienze ed elementi del presente quanto del passato. Ecco così che in questa sintesi estrema entrano in gioco le componenti più eterogenee della cultura alternativa, dalle ipotesi sui meccanismi di funzionamento dell'agopuntura e di singole medicine alternative, alle bizzarrie ufologiche, tutte egualmente accettate come realtà e manifestazioni che attraversano il tempo e lo spazio o ne prescindono, fra canali energetici e ponti dimensionali.

Nell'epoca della crisi dei sistemi, sia nelle scienze naturali che in quelle umane, questa operazione appare quanto mai inattuale, non solo perché guarda troppo al passato e quasi per nulla al presente, ma anche perché, nel suo sforzo di dare dignità e valore operativo permamente ad un pensiero arcaico, non riesce a separare i dati empirici dalle fantasie della più varia origine. Quello che l'autore definisce un lavoro epistemologico ed indiziario si basa infatti fin troppo su fatti presunti tali, ignorando invece quanto vi è di più aggiornato nell'immagine scientifica della natura, ed in particolare nel sapere medico.

Quei vuoti dottrinari e logici, che ai più appaiono oggi insufficienze del sistema taoista, sono invece, per Teodoro Brescia, prove evidenti della perdita di tasselli all'interno di un coerente e completo sapere originario. Egli si propone, in definitiva, come emulo di Fritjof Capra, il fisico statunitense che esaltò e propagandò la cultura Taoista, salvo poi a ricollocarla, più realisticamente, nella sua dimensione storica di scienza empirica non matura, confusa fra la dimensione fisica ed il metafisico. L'operazione appare complessivamente priva di convincenti supporti, a meno che non si vogliano considerare tali i racconti mitici tramandati dalle grandi religioni o le fantasiose analisi di Graham Hancock.

Francesco D'Alpa