Alessandro Corvisieri
Chiesa e schiavitù
Paleario Editore, Roma, 2003
Pag. 288. Euro 18.00
(ordini all’autore: tel. 064745776)

Per la maggior parte dei nostri contemporanei la teologia e la morale cattolica coincidono largamente con la vulgata delle opinioni personali di Giovanni Paolo II, di gran lunga più adatte al tempo moderno (ma non per questo pienamente accettabili in un contesto laico) di quelle dei suoi predecessori.
Ma ogni secolo ha avuto riflessi importanti sul pensiero dei papi ed ogni papa ha marcato il suo secolo a proprio modo. Conseguentemente il pensiero cattolico ‘ufficiale’ ha subito degli aggiustamenti importanti e, soprattutto, dei mutamenti di rotta a tutto campo, ora legittimando ora reprimendo (con assoluto arbitrio e pari arroganza) una medesima pratica sociale.
Di ciò ovviamente non si avvede chi s’adegua alla predicazione ed al catechismo correnti; ma neanche, talora, un lettore più preparato. Tale è il cumulo di menzogne e di omissis sedimentatosi in letteratura. Ciò è ben chiaro nel caso della pena di morte, sempre accolta favorevolmente dalle chiese cristiane e la cui ‘cultura’ è stata perfino nobilitata oltre ogni decenza. Pochi, anzi forse pochissimi, saranno invece al corrente di quanto la chiesa abbia sfruttato per secoli la schiavitù, rendendola in qualche modo accettabile socialmente.
Ce ne dà ampia prova Alessandro Corvisieri, che ben contestualizza il trapasso dalla schiavitù del mondo romano a quella dell’occidente cristiano (poi estesa al nuovo mondo). Un capitolo ignobile della storia della chiesa, certo oggi ignoto ai più, ma in altri tempi artatamente nascosto, magari fra le pieghe di una terminologia ambigua. Cos’altro erano infatti, ad esempio, molti che lavoravano e servivano, da laici, nei conventi medievali, e perfino gli stessi ultimi fra i conventuali? Degli schiavi, in tutte le accezioni del termine; per vari secoli una mera proprietà, senza alcun diritto, del padrone di turno, con ogni potestà su di loro e sui loro eredi, senza neanche quella possibilità di riscatto che i romani concedevano (per denaro o per merito) ai propri schiavi.
Al ritratto tradizionale del convento, quale luogo di preghiera e studio, Corvisieri sovrappone una immagine inquietante di fabbriche ove la forza lavoro si compone fondamentalmente di bestie umane, pure esse commerciabili.
Ciò che era legittimo nei luoghi simbolo della cristianità non poteva essere ovviamente esecrato altrove; ecco allora che per ogni angolo del mondo la cultura cattolica ha prosperato tranquillamente accanto allo schiavismo (anzi, con lo schiavismo), senza troppi problemi di coscienza. Così cacciatori di schiavi, non meno che di oro, sono stati da sempre i conquistadores e gli evangelizzatori delle Americhe. Ma tutto ciò lo si è facilmente dimenticato, perché nessuno ne ha più voluto parlare con cognizione di causa; almeno fino ad ora.

Francesco D’Alpa

(5 gennaio 2010)