La battaglia sul corpo di Eluana.

Ho scritto a "La Sicilia":

Il clero cattolico ed i laici devoti affermano di condurre una battaglia per Eluana: contro la pretesa ‘laicista’ di assassinare una persona in buona salute, nonostante si trovi in coma, e che potrebbe un giorno o l’altro risvegliarsi (come sostiene ad esempio mons. Fisichella).
È bene ricordare che Eluana Englaro non si trova in coma, condizione nella quale l’attività cerebrale superiore è solo sospesa ed in buona parte dei casi viene ripristinata; ma è piuttosto in stato vegetativo persistente, situazione ben più grave, dovuta ad un danno irreversibile delle strutture nervose (soprattutto la corteccia cerebrale) che sottendono alle attività mentali, alla coscienza, ed alla personalità. Il suo organismo conserva efficienti (in parte) solo attività che fanno parte della vita vegetativa (inclusi il ritmo sonno-veglia, le attività ormonali e le funzioni viscerali).

Difendendo la ‘vita’ di Eluana, la chiesa difende la ‘persona’ Eluana? La chiesa si è sempre interessata del soprannaturale (l’unico argomento che ne giustifichi la fondazione) ed in particolare di anime, che intende condurre alla salvezza eterna. Per la chiesa il corpo è sempre stato invece quasi un ingombro, un peso sopportabile solo in vista dell’aldilà, e non a caso molti santi hanno desiderato disfarsene (con mezzi che vanno dal martirio al rifiuto del cibo). Ma oggi si parla sempre più di persona, insieme di spirituale e corporeo, tacendo dell’anima, relegata fra le anticaglie del pensiero religioso.
Per la scienza laica l’anima (se ancora vogliamo adoperare questo termine) è espressione delle attività del cervello, e svanisce con il cessare della sua funzionalità; per i preti l’anima (o la persona) esiste anche oltre il corpo, mantenendo con esso (o con ciò che di esso rimane) un misterioso legame.
Difendendo la vita di Eluana, il clero si appella in sostanza a tre cose: (a) la presunta non accertata volontà di Eluana di rifiutare lo stato in cui si trova, (b) il principio della non disponibilità della propria e della altrui vita, (c) il principio teologico della piena sussistenza, in qualunque stato si trovi il corpo, della persona.
Sui media, la prima e seconda argomentazione sono ben evidenziate. Ma la vera argomentazione clericale dovrebbe essere la terza: Eluana per la chiesa va rispettata perché è ancora persona, sia pura in modalità non direttamente percepibile. È questo ad essere imposto ai medici. Per come infatti viene sempre più ribadito dalla chiesa, esistono una medicina cattolica ed un una medicina non cattolica: la prima considera l’uomo come insieme di anima e corpo, la seconda come analogo ad ogni altro essere vivente (dunque senza una sua esclusiva anima razionale); per la prima, la persona non cessa con la morte, per la seconda la persona si dissolve alla morte. Dunque, per il magistero cattolico, e conseguentemente per i medici cattolici, l’anima (con le sue esigenze) è prioritaria rispetto al corpo.
Nel caso Englaro, le posizioni laiche sono invece coerenti con l’impostazione accettata dalla scienza secondo la quale al cessare delle funzioni cerebrali l’individualità si dissolve irreversibilmente e non ha senso mantenere in funzione alcuni organi.

Stranamente, le posizioni tradizionali si sarebbero capovolte. Oggi la medicina è consapevole di potere intervenire efficacemente sui processi della nascita e della morte, che la chiesa riteneva (e vorrebbe) riservati a Dio; ma nel contempo riconosce il limite rappresentato dalla fine della persona. La chiesa invece pretende che la funzionalità del corpo venga mantenuta oltre ogni limite sensatamente accettabile, in quanto per lei sia nel coma che nello stato vegetativo persistente, esiste ancora ‘la persona’.
Il clero sembra avere dimenticato uno dei suoi compiti tradizionali: l’accompagnamento alla buona morte, al sospirato aldilà dopo la prigione del corpo. Sembra sempre più preoccupato dell’orizzonte terreno che di quello metafisico. E dunque, paradossalmente, si invertono le parti fra etica religiosa e ‘tecnicismo scientista’, fino a pochi anni fa accusato di volere forzare i limiti della sopravvivenza naturale.
Nel dibattito sugli stati di morte sospesa c’è un grande assente: il soprannaturale. Il religioso che punta il dito contro lo ‘scientismo’, contro il ‘relativismo etico’, contro la ‘cultura della morte’ ha messo da parte (o finge di avere messo da parte) la tradizione cui ha scelto di aderire e sulla quale si è formata la sua coscienza etica, e che invece dovrebbe sempre essere compreso nell’argomentazione.
Dunque, ogni religioso che intenda pronunciarsi sulle questioni etiche rilevanti, prima di reclamare il diritto di criticare le proposte che vengono dal mondo scientifico relativista e dalla società laica, ha innanzitutto il dovere di proporre e giustificare un paradigma alternativo che tenga conto innanzitutto del soprannaturale; una rinuncia a ciò, rende pretestuosa ogni critica alla scienza materialista.

Lo pubblicheranno?

Francesco D’Alpa

Pubblicato su: www.laiko.it (8 febbraio 2009)