Francesco  D’Alpa 

Medjugorje - La frode e l’estasi

ISBN  978-88-95357-11-9

pagine 272

Proprietà letteraria riservata
© Copyright  2017   Francesco D’Alpa
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L'estasi e Medjugorje  (pagine 203-224)

Ho già accennato all’importanza che assume nella letteratura religiosa la distinzione fra ‘visioni oggettive’ e ‘visioni soggettive’ (che per i teologi è fondamentale per il discernimento di quelle ‘autentiche’) ed alla frequente equiparazione fra ‘estasi’ e ‘visione mariana’. Lo studio delle estasi di Medjugorje è stato inizialmente intrapreso (oltre che per escludere una patologia neurologica o psichiatrica dei veggenti) proprio allo scopo di analizzare le manifestazioni somatiche delle estasi che accompagnerebbero e comproverebbero la visione.

A tal proposito è dunque legittimo chiedersi se l’estasi sia

- il substrato psico-fisiologico dell’apparizione;

- una risposta alla visione;

- un fenomeno relativamente indipendente dalla visione.

Che estasi e visione rappresentino un unicum sembra decisamente una ipotesi da scartare, dal momento che nella letteratura agiografica le due cose non appaiono coincidenti né equivalenti: infatti, molte ‘singole’ apparizioni avvengono in stato di sostanziale ‘normalità psicofisica’ dei veggenti e nel caso di ‘serie apparizionarie’, alcuni veggenti manifestano l’estasi solo in alcune occasioni.

Che l’estasi e la visione siano invece due aspetti di uno stesso fenomeno è sostanzialmente quanto ipotizza in partenza Joyeux, secondo il quale, durante la visione, si realizza sempre una disconnessione più o meno completa dal mondo esterno; per lui

«l’estasi è un fenomeno funzionale: l’indebolimento del contatto con il mondo esterno aiuta a rafforzare il contatto, di un ordine diverso, con l’oggetto (la persona) che appare loro» [LJ, 28];

in tal senso

«la scomparsa della voce (locuzione senza fonazione) ha un carattere funzionale […] preserva l’intimità della comunicazione fra i veggenti e la Vergine che appare loro» [LJ, 28].

Le estasi di Medjugorje secondo il ‘Dossier Joyeux’

Joyeux riportata in un primo momento questa definizione di estasi:

«una percezione sensoriale di realtà che sono percepibili da e visibili ai veggenti ma invisibili e impercepibili a tutti gli altri, in particolare quelli che cercano di capire» [LJ, 5]

per poi perfezionarla in questo modo:

«La parola estasi definisce uno stato di disconnessione dall’ambiente circostante che, quanto più interessa il soggetto, condiziona la percezione di un altro ordine: Dio e il mondo divino. Il veggente afferma di vedere la Vergine, talvolta accompagnata da Cristo, nella luce di Dio. Per questo, come nel caso di Bernadette di Lourdes, la luce viene prima della visione.» [LJ, 6]

Più avanti Laurentin e Joyeux scrivono:

«L’estasi si manifesta come uno stato funzionale in cui la percezione sensoriale ordinaria è sospesa a beneficio della percezione visibile di una persona. Ciò non interferisce con il determinismo di questo mondo e non sconvolge la vita dei veggenti nella cui esistenza l’estasi è inserita armoniosamente senza difficoltà» [LJ, 44].

Ma ciò è esattamente l’opposto di quanto viene riportato dalla letteratura agiografica in molti casi di presunte estasi, dopo le quali i veggenti appaiono fisicamente esausti.[1]

In base alle ipotesi della ‘Prima Commissione’, le apparecchiature mediche, avrebbero dovuto consentire di distinguere gli aspetti ‘somatici’ (ovvero misurabili) dell’estasi, da quelli ‘spirituali’, e tale intento sarebbe stato raggiunto.

Secondo le conclusioni di Joyeux, l’estasi dei veggenti di Medjugorje ha caratteristiche ben definite:

- una conservazione della normalità fisiologica, con passaggio da uno stato all’altro senza separazione netta o difficoltà;

- una parziale disconnessione con il mondo esteriore;

- la «percezione di un oggetto che rimane invisibile agli altri e con il quale il veggente entra in una relazione personale attraverso una recettività che è sia attiva che reattiva»;

- una comunicazione tangibile visiva e uditiva (non puramente spirituale) con la Madonna;

- una focalizzazione dei veggenti non su se stessi ma su di un oggetto esterno. [LJ, 29]

Questo modo di ‘vivere’ l’apparizione presenterebbe due caratteristiche in contrasto fra di loro:

(1) il normale meccanismo della percezione non funziona, sia pure in misura variabile, giacché:

- cessano i movimenti oculari

- «la pupilla non reagisce più alla luce» (affermazione questa in piena contraddizione con quanto invece leggiamo nella descrizione dei test!);

- «gli stimoli che provengono dal nervo acustico non raggiungono né la corteccia né la coscienza del soggetto»;

- uno schermo posto davanti agli occhi non impedisce la percezione della apparizione. Il che dimostrerebbe che la percezione della apparizione non utilizza i normali meccanismi dell’udito e della vista; [LJ, 29]

(2) nonostante quanto sopra, i veggenti hanno una percezione «assolutamente reale, tridimensionale» della ‘persona’ con cui sono in relazione. Infatti:

- il loro sguardo è fisso in un punto preciso;

- tutti guardano lo stesso punto;

- tutti sono influenzati dalla apparizione allo stesso modo «anche se le loro percezioni individuali sono relativamente indipendenti»;

- «la Vergine Maria può dare un messaggio a uno senza che gli altri sentano ed essi possono conversare indipendentemente e simultaneamente. Ma talora essi ricevono lo stesso sorprendente messaggio e lo riferiscono allo stesso modo» [LJ, 29].

Ciò genera, secondo Joyeux, un paradosso: da un lato, «la relativa sospensione della percezione ordinaria condiziona funzionalmente la percezione della apparizione»; dall’altro, l’apparizione avrebbe per i veggenti «tutte le caratteristiche della realtà oggettiva nonostante la sospensione delle modalità ordinarie della percezione» [LJ, 29].

Ma per validare tutto ciò, secondo Joyeux, occorre accettare ipotesi che esorbitano dal consenso scientifico. [LJ, 29]. La prima (meno probabile, secondo Joyeux) presuppone l’intervento di una «radiazione materiale di ordine differente, analoga agli ultrasuoni»; ma nulla la supporta. Una seconda (più probabile) presuppone che la percezione sia causata da «un impatto di ordine spirituale (più immediato, più intuitivo, senza mediazione materiale)». Ma nonostante ciò, la percezione avrebbe «una esistenza assolutamente reale nelle appropriate aree del cervello, e comporta reazioni omologhe a quelle della vita quotidiana allorché noi guardiamo, ascoltiamo, parliamo con qualcuno», e l’oggetto della visione «non è meno reale ma piuttosto più reale degli oggetti del mondo circostante».

Le estasi di Medjugorje secondo i ‘Dossier’ Frigerio e Gagliardi

Per Frigerio l’estasi di Medjugorje, è un evento ‘oggettivo’ dato che

«in molte occasioni (anche nei veggenti di Medjugorje) l’estasi si verifica in maniera repentina, indipendentemente dagli stati d’animo e al di fuori di qualsiasi predisposizione» [FMB, 8].

In realtà, sappiamo bene che le estasi di Medjugorje compaiono in momenti predeterminati, in un contesto fortemente emotivo (presenza di fedeli, preghiera collettiva, etc…), e che già prima dell’estasi è ben evidente nei veggenti uno stato di attivazione del sistema nervoso simpatico.

Nel descrivere l’estasi, il ‘Dossier Frigerio’ fa riferimento ad un modello ritenuto ‘classico’, quello di Antoine Imbert-Gourbeyre (1818-1912) [FMB, 9], che prospetta tre sintomi cardine: (a) anestesia, (b) catatonia, (c) espressione estatica del volto (legata al contenuto mentale); ma quest’ultimo elemento, nonostante sia fondamentale nel modello di Imbert-Gourbeyre, non viene preso in particolare considerazione dalla ‘Seconda Commissione’, che accetta senza riserve le conclusioni di Laurentin e Joyeux.

Frigerio ritiene fondamentale

«stabilire, a riguardo delle visioni e delle apparizioni, se il veggente crede in ciò che vede oppure vede ciò che crede. Nel primo caso la fisiologia del fenomeno conoscitivo viene pienamente rispettata (pur nella straordinarietà dell'incontro), mentre nel secondo caso ci si troverebbe di fronte ad una proiezione allucinatoria di carattere francamente patologico» [FMB, 8].

Questa alternativa non mi sembra formulata correttamente. Infatti, si può ‘vedere’ (in senso francamente patologico) anche una cosa che non esiste, e proprio in ciò consiste l’allucinazione, alla quale il soggetto può reagire in modi diversi: sia prendendola per dato reale, sia percependone la natura patologica. Ma soprattutto, è teoricamente possibile una terza eventualità, ovvero che un involontario ‘veggente’ (non credente) non creda a ciò che ‘vede’ (riconoscendone il carattere ‘illusorio’ o ‘allucinatorio’). Il punto chiave è dunque questo: il veggente ‘credente’ crederà comunque sempre nella visione (ritenendola possibile), oggettiva o soggettiva che sia, e dunque questa condizione è un indispensabile prerequisito della ‘apparizione’ stessa.

Margnelli sostiene che

«da un punto di vista strettamente scientifico, l'estasi cattolica si presenta come un soggetto di studio ideale, perché è preciso, uniforme, ripetitivo nel tempo e nello spazio: individui di diverse epoche e di differenti provenienze sociali, diversi per età e sesso, una volta abbracciato un credo religioso unico ed esercitate le stesse pratiche mistico ascetiche, hanno manifestazioni psicofisiche uguali. In questo senso il campione è statisticamente omogeneo e in questo senso si è attuata la selezione operata dai giudici dei tribunali ecclesiastici».[2]

Ma è facile dimostrare come queste affermazioni non corrispondano alla realtà: purtroppo non abbiamo attendibili descrizioni ‘mediche’ delle estasi del passato, ma solo racconti ‘profani’ degli aspetti comportamentali; e la selezione operata dai tribunali ecclesiastici potrebbe avere prodotto una certa omogeneità casistica.

Oltre a ciò va sottolineato come in altre occasioni lo stesso Margnelli abbia sostenuto la assoluta aspecificità dell’estasi, asserendo che estasi autentica non vuol dire estasi soprannaturale:

Nello stato dell'estasi si vivono poi delle esperienze di tipo allucinatorio che cambiano contenuto a seconda delle varie culture. Nella nostra cultura si vede la Madonna mentre in quella Indù si vede qualcos'altro. [...] I cambiamenti dello stato di coscienza possono essere provocati con delle tecniche molto semplici e deliberate. L'estasi è un fenomeno conosciuto - con nomi diversi - presso tutti i popoli e tutte le culture antiche e contemporanee. Viene prodotta per mezzo di tecniche naturali, eccitanti, inibitorie, chimiche: si può provocare l'estasi con la ripetizione ossessiva di una frase, con danze rituali, con l'isolamento e il digiuno, con la reiterazione del rosario. Non si tratta di un fenomeno soprannaturale ma è provocabile naturalmente. Una delle caratteristiche di questo stato è l'abolizione completa di tutte le sensibilità.[3]

In mancanza di una esatta comprensione di cosa sia in effetti l’estasi, Joyeux ritiene di avere almeno dimostrato quello che l’estasi non sarebbe, ovvero uno ‘stato patologico’. Concorderebbero in tal senso i seguenti elementi:

- non ci sono variazioni significative della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa;[4]

- non si evidenzia attività epilettica;

- non c’è catalessia;

- non ci sono variazioni del colorito del viso;

- l’espressione del viso dimostra sempre uno stato di quiete interiore.

L’estasi corrisponderebbe ad una condizione di ‘rilasciamento contemplativo’, confermata dai tracciati elettroencefalografici. Ma, in realtà, i tracciati di Joyeux non mostrano sostanziali modificazioni in estasi, a riprova che lo stato psichico del veggente non si è pressoché modificato, mentre le variazioni della frequenza cardiaca sembrano indicare tutt’altro che calma.

In quanto ai contenuti mentali, Frigerio scrive:

«Il terzo elemento della triade sintomatologica di Imbert-Gourbeyre è il contenuto mentale. Solitamente i teologi mistici identificano tre livelli differenti di psichismo estatico: raccoglimento, preghiera interiore e rapimento dello spirito; tuttavia a questa generica classificazione si contrappongono alcuni esempi di estatici in cui il contenuto mentale non era riconducibile alla sopracitata suddivisione. L'incapacità poi di ricordare il contenuto delle estasi è un fatto assodato in tutti i veggenti quando il contenuto mentale raggiunge il terzo livello e cioè: il rapimento dello spirito. In questo caso l'esperienza viene detta ineffabile. Resta soltanto un vago ricordo di gioia, di pace, di luminosità e un senso di fusione con l'Assoluto. A livelli inferiori, nelle cosiddette estasi parlate, il contenuto mentale è stato indagato a fondo. In passato le registrazioni di questi colloqui mistici, in mancanza del magnetofono, venivano fatte col cosiddetto metodo tachigrafico: cinque o sei persone che assistevano all'estasi erano munite di carta e penna; la prima persona trascriveva la prima frase, la seconda la seconda e così via, fino a poter ricostruire tutto il discorso estatico.» [FMB, 10]

Egli ha davanti a sé le descrizioni di Imbert-Gourbeyre, il lavoro di Joyeux ed i propri dati. Ma i diversi elementi non concordano affatto.

Il ‘Dossier Gagliardi’ avrebbe nel suo complesso confermato, approfondendone la conoscenza dei dati strumentali, queste conclusioni.

Il problema delle allucinazioni

Volendo assolutamente credere nella sincerità dei veggenti, fra allucinazione e visione ‘preternaturale’ o ‘sovrannaturale’ esiste certamente una ampia via di mezzo, per nulla indagata dal team di Joyeux, quella delle varie attività mentali (come l’immaginazione, la visualizzazione, le immagini ipnagogiche, le paraeidolie etc…) che più opportunamente vengono prese in considerazione in relazione a questi presunti fenomeni.

I limiti di una indagine in tal senso sono comunque piuttosto evidenti. Ad esempio il fatto che le visioni non verrebbero compromesse ponendo uno schermo davanti agli occhi, oppure quando gli occhi sono chiusi (come risulterebbe dai rilievi del dr. Stopar) già non avrebbe valore nell’ipotesi di una allucinazione, tanto meno lo ha nei confronti dell’attività immaginativa, che anzi è facilitata proprio dalla chiusura degli occhi, o comunque della frode.

Riguardo alle allucinazioni, la cui diagnostica differenziale sembra la sua ossessione, Joyeux si basa sostanzialmente sulla convinzione che esse siano presenti soprattutto in fase di risveglio o di addormentamento, per cui sarebbe sufficiente escludere queste due condizioni per ritenerle improbabili. Inoltre, sempre secondo Joyeux, l’analisi dei tracciati EEG ottenuti su Ivan, Marija e Ivanka permette di escludere, unitamente all’esame clinico, la presenza di allucinazioni durante l’estasi [LJ, 21].

Questa affermazione, così risoluta, non ha tuttavia alcun fondamento scientifico. L’EEG non è infatti in grado di evidenziare anomalie rapportabili alle allucinazioni, ed infatti non lo si esegue nei pazienti psichiatrici se non, fondamentalmente, per escludere cause organiche eventualmente alla base dei fenomeni allucinatori (ad esempio delle anomalie collegate ad una demenza organica). In tutti gli altri casi non ha senso cercare un correlato EEG.

Più in generale, la premura di escludere la presenza di allucinazioni non ha alcun fondamento razionale. Nel caso di Medjugorje, ma in genere in tutte le cosiddette ‘epifanie mariane’ con più episodi visionari, con più di un veggente, o con apparizioni ‘ad orario’, è possibile escludere fin dal principio l’ipotesi di una allucinazione. Al limite ciò potrebbe spiegare solo qualche evento isolato, ma è assurdo pensare ad una allucinazione collettiva o ad orario programmato.

L’ipotesi allucinatoria viene spesso messa in discussione dal clero per escludere l’eventuale presenza di una malattia psichiatrica che avrebbe come carattere distintivo proprio le allucinazioni. Ma buona parte dei veggenti non mostra segni di psicosi, e spesso invece presenta (più o meno evidenti) molte fra le caratteristiche di un disturbo della personalità, che è ben altra cosa e non implica in alcun modo la presenza di allucinazioni.

Per questi motivi quella di una allucinazione (come del resto quella di una ‘influenza del diavolo’) non è, agli occhi della scienza, una ‘falsa ipotesi’ come scrive Joyeux [LJ, 21], ma neanche una ‘ipotesi’.

Il piano su cui occorre indagare è invece quello psicologico, o al limite psicofisiologico, come giustamente hanno ritenuto i ricercatori che si sono interessati scientificamente di Medjugorje in tempi successivi.

Al tempo dell’indagine del gruppo di Joyeux l’ipotesi allucinatoria delle estasi godeva invece di ampio credito fra i denigratori laici e gli oppositori religiosi; questi ultimi, in alternativa, preferivano dibattere su presunte ‘influenze diaboliche’. Proprio in questo contesto è intervenuto il gruppo francese, che, scartando a priori le influenze diaboliche, si è preoccupato fondamentalmente di escludere le allucinazioni parossistiche di natura epilettica.

Come sostanzialmente è costretto ad ammettere lo stesso Joyeux, gli unici dati (fra i pochi ottenuti a Medjugorje) che potrebbero avere un qualche significato sono, per vari motivi, quelli dall’esame elettroencefalografico e dei Potenziali evocati acustici del tronco encefalico. Essi sono stati raccolti non con il fine principale di conoscerne le modificazioni in corso di estasi, quanto piuttosto per escludere alcune condizioni che avrebbero potuto accreditare l’estasi come stato patologico: l’epilessia, le allucinazioni, la catalessia; che egli infatti esclude.

Ma questa, ancora una volta, questa è cattiva scienza. Infatti:

- l’elettroencefalogramma in corso di estasi è assolutamente privo di qualunque significato, per il fatto stesso che non dimostra alcuna variazione significativa rispetto al tracciato di base, e che ben difficilmente lo avrebbe potuto fare in quelle condizioni sperimentali;

- le allucinazioni (almeno quelle da taluni supposte per Medjugorje) non hanno un corrispettivo elettroencefalografico; ed infatti nei reparti psichiatrici questo esame non viene mai eseguito a tal fine;

- le allucinazioni si verificano ordinariamente in stato di veglia, e l’addormentamento può favorirle; ma l’assenza nel tracciato degli aspetti caratteristici del sonno o dell’addormentamento non permette di escludere una allucinazione ‘organica’;

- le allucinazioni non si generano a livello dei recettori e neanche alla periferia del sistema nervoso, ma piuttosto a livello dell’encefalo, indipendentemente da come funzionano le vie acustiche e visive che portano i segnali alla corteccia cerebrale;

- nelle estasi difficilmente viene messa in discussione, attualmente, una condizione di catalessia.

Ogni discussione sul carattere patologico delle estasi di Medjugorje può dunque essere ritenuta superflua (ed a tal fine non necessitava di alcun esame strumentale) già sulla sola base della constatazione intuitiva che un ‘fenomeno’ che si verifica con alta frequenza ed estrema regolarità e sincronicità fra i veggenti non può assolutamente dipendere da una patologia del sistema nervoso comune a tutti i veggenti.

Eppure, dal punto di vista scientifico, Joyeux ritiene che non vi siano allucinazioni in quanto non ci sono alterazioni elettroencefalografiche; a suo discredito, nella letteratura scientifica non esistono descrizioni di una associazione fra allucinazioni non epilettiche (che sono le più comuni) ed alterazioni elettroencefalografiche.

Il problema, occorre ribadirlo, va spostato su di un altro piano, appena toccato (con grande superficialità) a Medjugorje: quello della psicologia dei veggenti, anche in relazione alla loro storia personale. Ma secondo Joyeux

«il comportamento dei veggenti è sempre non patologico: durante le estasi essi sono in uno ‘stato di preghiera’ e di comunicazione interpersonale» [LJ, 75].

Al di fuori delle estasi essi sarebbero ragazzi come tutti gli altri: liberi e felici nel loro ambiente, sereni, fisicamente sani.

Della stessa opinione era stato due anni prima il francescano Slavko Barbaric (psicologo sociale; futuro padre spirituale dei veggenti), che aveva scritto:

«né il carattere, né il profilo psicologico dei ragazzi, la loro storia, né il loro stile di vita forniscono argomenti in favore di una allucinazione. I test escludono questa ipotesi» [LJ, 12].

Come ben si vede, si preferisce sempre non mettere in campo spiegazioni banali ma ben più probabili; come sarebbe possibile dimostrare infatti che essi non ingannano (eventualmente, in certi momenti, anche in modo involontario)? Se, secondo Joyeux «nessuna disciplina scientifica è in grado di descrivere questi fenomeni» [LJ, 75], su che base allora li si può differenziare dal loro contrario?

Tutto ciò non si accorda con le insensate affermazioni, di segno opposto, del dr. Stopar:

«questi fenomeni mostrano caratteristiche obiettive e potrebbero indicare una origine trascendente [e] sono spiegati molto meno bene ricorrendo a forze naturali sconosciute piuttosto che postulando un più alto, divino ordine» [LJ, 13].

Isteria, nevrosi, catalessia

Riguardo all’isteria ed alla neurosi, non varrebbe la pena di commentare quanto scritto da Joyeux, in quanto è chiaramente impossibile rendersi conto del carattere di una persona durante un contatto così breve ed in una situazione tanto particolare; ed in ogni caso l’isteria e la nevrosi (anche dal punto di vista teologico) possono ben coesistere con una apparizione.

Occorre comunque sottolineare quanto ad un certo punto afferma Joyeux nel descrivere il tipico carattere ‘isterico’:

«La iperespressività è un altro carattere dominante: il comportamento [dell’isterico] è teatrale, con espressioni emozionali eccessive e superficiali» [LJ, 53].

Appena una pagina prima aveva giusto definito «alcuni dei veggenti [Vicka e Ivanka] più espressivi degli altri» [LJ, 52]: quasi una involontaria ammissione proprio della loro ‘teatralità’! A nulla vale la considerazione che i veggenti, a causa della loro età, erano certamente ancora abbastanza immaturi dal punto di vista emozionale: giacché nei tre decenni successivi il loro atteggiamento emozionale al momento della visione è rimasto sostanzialmente immutato. Se a ciò si aggiunge che subito dopo l’estasi ognuno dei veggenti riprende la propria vita come se nulla fosse accaduto [LJ, 52] il quadro è completo, nella sua mistura di isteria (forse) e frode (certa).

In quanto alla ‘nevrosi’, che può avere un ampio spettro di aspetti clinici, è innegabile che durante le sedute apparizionarie i parametri cardio-circolatori abbiano sempre palesato un importante stato ansioso.

Della possibile catalessia è inutile scrivere, in quanto non potrebbe certo aversi come fenomeno collettivo.

Emozione ed estasi/apparizione

L’emozione provata dai veggenti di Medjugorje in occasione degli appuntamenti apparizionari (ma non solo) gioca un ruolo certamente di primo piano in tutta la ricerca psicofisiologica della ‘Terza Commissione’, ma assolutamente ambiguo; giacché l’emozione è presentata da (a) come premessa e parte del meccanismo psicofisiologico dell’estasi, ma anche (b) come reazione personale alla apparizione. Non è mai del tutto chiaro quando e come l’emozione dei veggenti (l’ansia in particolare) entri in gioco, e ciò perché essa non ha dei precisi correlati psicofisiologici.

Se da una parte Gagliardi e collaboratori dichiarano che sia nel 1985 che nel 1998 hanno riscontrato nei veggenti un evidente stato di iperattivazione emozionale (e conseguentemente del sistema neurovegetativo ortosimpatico),[5] dall’altra nel 1998 non avrebbero evidenziato «la stessa profondità dello stato estatico riscontrato nel 1985, poiché non erano completamente staccati dall’ambiente» [RG, 263].

È ben evidente a chi ha letto con un minimo di distacco critico il ‘Dossier Gagliardi’ come nel 1998 i nostri esaminatori si siano trovati di fronte ad una crescente difficoltà nel cercare di convalidare scientificamente le estasi di Medjugorje, che quasi non sembrano neanche più le stesse descritte da Joyeux e Frigerio, con il loro carattere di tutto o nulla: abolizione dell’ammiccamento spontaneo, mancata reazione pupillare alla luce, caduta repentina in estasi con relativi ‘sincronismi’, abolizione della reazione al dolore, etc.. Ora invece si parla di estasi incomplete, di ridotta (ma non abolita) reazione agli stimoli dolorosi, di ridotto ma non assente ammiccamento, di aumento incostante della frequenza cardiaca, di asincronismi fra manifestazioni comportamentali e parametri psicofisiologici, e così via.

Non volendo rigettare il loro paradigma, Gagliardi e collaboratori ricorrono dunque continuamente a spiegazioni ad hoc:

«è diminuito l’impatto psicobiologico con la visione medesima», ovvero «il loro organismo si è abituato […] a questa esperienza inusuale e perciò ha diminuito i meccanismi di risposta emozionale alla visione ed entra nello stato estatico più facilmente e con meno attivazione dei vari sistemi biologici (minore iperattivazione del sistema neurovegetativo ortosimpatico» [RG, 263].

Ma tutto ciò non rispecchia comunque quanto osservato; infatti:

 - su alcuni parametri non si può dire niente perché in passato non erano stati valutati (gli indici psicofisiologici);

- altri parametri hanno fornito pressoché gli stessi risultati (frequenza cardiaca);

- le più importanti determinazioni del passato riguardano cose in tutto o in parte smentite o non più esaminate (riflesso corneale, riflesso fotomotore, sincronismi).

Si può ben dire che (così come avviene nel campo del cosiddetto paranormale) passando da un piano di indagine più elementare o ingenuo ad uno più sofisticato (ovvero con aumentati e migliori controlli) non si sono più potuti riscontrare i presunti fenomeni descritti in passato.

Nell’esporre le loro considerazioni conclusive Gagliardi e Margnelli prima scrivono:

«non siamo in grado di dire se questi tre episodi [l’estasi di Marija del 22 aprile 1988 e quelle di Ivan del 22 e 23 aprile 1998] presentassero le caratteristiche complete dello stato di estasi»,

poi discutono ampiamente

«il ruolo dei fattori emozionali non solo nella preparazione dell’estasi/apparizione ma anche nel suo stesso determinismo» [RG, 242].

In base alla prima considerazione, evidentemente esisterebbero ‘vere’ estasi prive di tutti gli specifici correlati psicofisiologici da loro stessi documentati; e nel contempo sarebbero possibili semplici reazioni emozionali all’estasi/apparizione e alla sua preparazione (non direttamente legate all’innesco dell’estasi). D’altra parte, dal punto di vista teologico (mai dimenticato in questo e analoghi lavori sui veggenti) la visione e l’estasi sono eventi che trascendono il piano fisico e le funzioni del cervello (come i nostri autori stessi tengono sempre a precisare), e dunque non si vede perché dovrebbero avere dei correlati ‘fisici’.

Se sul piano medico il problema è già serio (si pretende infatti di stabilire cosa sia una estasi sulla base di una definizione di modificazioni di funzioni dell’organismo, che però possono anche non risultare essenziali), ancor più lo diviene sul piano teologico. Perché, se è vero che l’estasi/apparizione viene ‘preparata’ a livello psicofisiologico, ciò implica che non è la Madonna a manifestarsi, ma di fatto sarebbero sostanzialmente i veggenti a evocarla a comando, più o meno come una volta si diceva accadesse nelle sedute spiritiche.

Ma ciò è in aperta contraddizione con la ‘spontaneità’ delle prime apparizioni collettive a Medjugorje, avvenute senza estasi e senza preparazione e con la storia in genere delle apparizioni mariane, dove solo occasionalmente si è raccontato di estasi.

L’esperienza metanormale

Come avviene a Medjugorje, in tutti i tempi e in tutte le culture molte persone riferiscono di avere avuto esperienze straordinarie come la percezione extrasensoriale, le visioni, la conversazione con i morti.[6] Queste esperienze, ben conosciute dall’antropologia, avvengono (o avverrebbero) nel corso di quelli che vengono oggi definiti ‘stati modificati di coscienza’, durante i quali, a differenza che negli ‘stati alterati di coscienza’ di tipo patologico (ad esempio quelli dovuti ad intossicazioni oppure a patologie organiche) prevalgono sensazioni di gioia e l’accesso ad una realtà ultraterrena avrebbe per correlato una spiccata componente psico-fisiologica. L’accesso a queste esperienze può essere provocato o facilitato dalle droghe, dalla meditazione, dalla preghiera, da danze rituali; spesso è possibile individuare quale prerequisito un particolare intenso stato emotivo (ad esempio: una importante crisi personale, l’attività sessuale, un lutto, etc.); nel caso dei mistici l’esperienza metanormale è favorita da una combinazione di stress, veglia, digiuno;[7] ma in molti casi tali esperienze appaiono del tutto spontanee, sono veri e propri ‘intermezzi estatici’ che irrompono improvvisi, quasi fermando il tempo e le azioni quotidiane. Il fatto che esse si verifichino in ogni genere di persone (anche se non attese, né cercate) dimostra che fanno parte della natura umana e che esiste una continuità fra il funzionamento umano normale e quello ‘straordinario’ (secondo i cultori delle discipline ‘di frontiera’, la loro libera espressione viene repressa nella cultura occidentale).

Mentre la forma di tali esperienze appare piuttosto uniforme, il loro contenuto è invece necessariamente influenzato dalla cultura. Da ciò principalmente dipende se una immagine viene interpretata come angelo, divinità o extraterrestre. Le immagini oggetto dell’esperienza metanormale sono percepite indifferentemente ad occhi aperti o chiusi, come immagini isolate o contro uno sfondo, bi- o tri-dimen-sionalmente. Le più caratteristiche esperienze metanormali, presenti in tutte le culture, sono la percezione di entità incorporee e l’ascolto di suoni e voci senza una apparente causa fisica. Nella maggior parte dei casi prendono comunque l’aspetto di esperienze religiose, in forma coerente con il proprio credo.

É importante sottolineare il fatto che l’esperienza metanormale appartiene a pieno diritto (secondo i suoi sostenitori) alla fisiologia ed alla psicofisiologia umana, a differenza delle presunte esperienze ‘paranormali’ (ma anche mistiche) quali ad esempio la levitazione o la bilocazione, mai verificate sperimentalmente, che trascenderebbero le normali capacità umane di movimento.

Se esistono sensazioni metanormali debbono forzatamente esistere (almeno a dire di molti) dei ‘sensi metanormali’ (vista, udito, tatto, gusto e odorato, simili a quelli ‘normali’). Nella letteratura cristiana, ciò che corrisponde al ‘senso metanormale’ degli autori moderni non è altro che una facoltà dell’anima, che ‘vede’ forme immateriali, che ‘sente’ voci non percepite da altri, che ‘gusta’ il pane dell’eucaristia, che ‘odora’ il profumo o ‘tocca’ il corpo di Cristo.

In effetti, nel caso dei mistici si può giungere ad un notevole grado di sensitività (autoconsapevolezza) cinestesica e di controllo delle funzioni corporee automatiche (lo stesso si ottiene con l’utilizzo di tecniche di rilassamento corporeo e di biofeedback); ma ciò non implica il presunto sviluppo di capacità metanormali.

L’esperienza metanormale, secondo i canoni della psicologia, non presuppone l’esistenza di un oggetto reale alla base della sensazione metanormale, potendo essere legata a soli fattori ‘interni’ al soggetto percipiente.

Secondo i teorici della oggettività di tali esperienze, l’entità o l’oggetto percepiti esistono invece realmente e sono semplicemente celati a chi non li percepisce. Ma non è per nulla chiaro quale potrebbe essere un valido criterio di distinzione fra una esperienza metanormale (quale la visione in estasi) ed una semplice fantasia.

Religiosità, modelli religiosi, estasi

L’approccio individuale all’estasi è influenzato dalle caratteristiche psico-fisiche, dalla cultura, dal temperamento, dall’emotività, dalle precognizioni, dalle personali convinzioni sulla vita religiosa, da uno specifico addestramento. Non è dunque strano che il ‘comportamento estatico’ segua un particolare modello e che tenda a stereotiparsi.

Alcune caratteristiche psicofisiche e comportamentali osservate durante l’estasi fanno parte della natura umana e si sono sviluppate già nei nostri antenati animali: la capacità di rilassamento o l’attivazione per la lotta, la catalessi, l’analgesia, l’amnesia selettiva. L’immaginazione creativa e l’autoriflessione (potenziata dalla meditazione) possono modificare le funzioni del nostro corpo.

Al centro di ogni esperienza meta-normale troviamo l’immagina-zione e la concentrazione (o l’attenzione) focalizzata.

La temporanea insensibilità al dolore ed i comportamenti di immobilità difensiva sono verificabili sia nell’uomo che negli altri animali. L’analgesia, lo stato di concentrazione catalettico e l’amnesia selettiva degli estatici sono stati del tutto analoghi (potenziati per effetto dell’allenamento o per una predisposizione personale).

Estasi e fenomeni biologici straordinari

Secondo la tradizione cattolica, i ‘fenomeni biologici straordinari’ sono quasi una costante nella vita religiosa dei santi. Allo stesso modo lo sono abitualmente nel racconto apologetico della vita dei veggenti.

Estasi patologica

Fra le varie ipotesi alternative all’estasi ‘naturale’ (o ‘soprannaturale’), Joyeux esamina anche la possibilità di una ‘estasi patologica’, caratterizzata da immobilità, inaccessibilità sensoriale, espressione di gioia sublime, preoccupazioni religiose ed erotiche, eccessiva esaltazione.[8] Ma una estasi patologica dei veggenti viene da lui esclusa in quanto «l’estasi giornaliera non li eccita, non li vincola, non li rende ammalati e non dà loro un falso senso di orgoglio». [LJ, 55]

Non vale soffermarsi particolarmente su questo punto. Chiunque osservi oggi con distacco il comportamento dei sei veggenti di Medjugorje non può che trovarli, soprattutto durante le manifestazioni pubbliche, ‘eccitati’, perennemente ‘focalizzati’ sulla loro avventura, sfacciatamente ‘orgogliosi’ di tanto clamore (che alimentano spudoratamente), e soprattutto arricchiti non poco (in senso materiale). In discussione, sempre e comunque, non possono esservi le estasi patologiche, ma le estasi simulate.

Durante l’estasi c’è una disconnessione dal mondo esterno?

Secondo Joyeux e collaboratori, durante l’estasi i veggenti non avevano percezione del mondo esterno: né uditiva (vedi i Potenziali evocati acustici del tronco encefalico), né visiva (vedi il test dello schermo), né dolorifica (saggiata pungendo o pizzicando la loro cute) [LJ, 27]. Ciò non dimostra, ovviamente, che gli stimoli uditivi, visivi e dolorifici non abbiano raggiunto la corteccia cerebrale, come lui afferma. Solo dei test strumentali (come la registrazione dei Potenziali evocati acustici corticali) avrebbero potuto provare una transitoria completa disconnessione a livello neurofisiologico; ma nella letteratura medica non c’è traccia di questo incredibile fenomeno. L’unico presunto ‘dato’ probante (per Joyeux, ma scientificamente inaccettabile) consisterebbe nel fatto che i veggenti hanno riferito di non avere percepito questi stimoli. Ma in tutto ciò non vi è nulla di strano, come dimostra l’abbondante letteratura raccolta in oltre un secolo in materia di simulatori e di isterici.

Così come avverrebbe per gli stimoli ‘in entrata’, la transitoria disconnessione con il mondo esterno avverrebbe (secondo Joyeux) anche ‘in uscita’, comprendendo in questo caso la funzione fonatoria. Ma ovviamente non c’era bisogno di un esame strumentale per verificare che è possibile simulare il parlare muovendo le sole labbra.

I medici francesi si sono comunque forse resi conto dell’assurdità delle loro conclusioni; e forse proprio per questo ad un certo punto tengono a precisare che la disconnessione «non è totale [ma] piuttosto parziale e variabile» [LJ, 27]. E ciò in quanto, secondo loro, l’estasi non interviene bruscamente, ma piuttosto i veggenti si distaccano a poco a poco (e talora in modo incompleto) dal mondo circostante (ed in particolare dalla folla dei presenti che domandano loro qualcosa) per restare in rapporto con la sola apparizione.

Poiché, secondo i veggenti, la «sospensione della loro percezione del mondo esterno condiziona la loro percezione dell’apparizione», Joyeux conclude che «l’estasi è un fenomeno funzionale» [LJ, 28]. Ma ciò può mutare in qualche modo il funzionamento del sistema nervoso? O non si tratta molto più semplicemente (considerata anche l’inconsistenza dei dati neurofisiologici) di una focalizzazione dell’attenzione su di un soggetto immaginario?

Secondo la ricostruzione di Joyeux, questa focalizzazione sulla visione (con il conseguente distacco dal mondo circostante) era meno completa all’inizio della storia di Medjugorje. Poi i veggenti si sono progressivamente ‘adattati’ a «perdersi nella visione» [LJ, 27]. Durante le primissime visioni avrebbero avuto una certa difficoltà a focalizzarsi sull’immagine (che in qualche caso non era neanche ben distinta);[9] successivamente la loro attenzione sarebbe rimasta divisa fra la visione e la folla circostante e dunque persisteva un certo livello di vigilanza; infine, una volta createsi le condizioni più adatte alla preghiera, avrebbero potuto raggiungere un grado pressoché totale di distacco dall’am-biente circostante.

Questa sequenza temporale (o meglio questa progressiva acquisizione di una ‘abilità’ ad entrare in estasi) sarebbe un elemento tipico di quelle storie apparizionarie nelle quali gli ‘incontri’ con la Madonna sono numerosi e frequenti.

Joyeux propone anche una sua spiegazione ‘teologica’ della presunta disconnessione con il mondo esterno: essa dovrebbe servire a preservare una certa intimità fra l’apparizione ed i veggenti; ma ciò non ha ovviamente alcun interesse a livello scientifico.

Ritualità e sincronismi

La presenza dei cosiddetti sincronismi è stata per un certo tempo l’aspetto più teatrale delle estasi pubbliche di Medjugorje, ed ha colpito in modo particolare molti commentatori di Medjugorje. Ma tale comportamento è apparso solo dopo certo periodo di ‘pratica’ dei veggenti e solo per un limitato periodo di tempo, giacché ben presto solo alcuni dei veggenti hanno avuto apparizioni; e ognuno di loro, nelle estasi pubbliche solitarie, ha del tutto trascurato i vecchi rituali.

Stato psicofisiologico dei veggenti dopo le apparizioni

Un aspetto curioso delle estasi di Medjugorje è la disinvoltura con la quale i veggenti si presentano alle sedute apparizionarie e analogamente tornano poi alle loro occupazioni. Si tratta di un argomento che certamente merita un approfondimento, ma che qui accenno appena. Il problema è quello di raccordare quanto accadrebbe a Medjugorje con la tradizione cattolica, secondo la quale l’estasi è uno stato psico-fisico critico che lascia dei reliquati, ad esempio una prolungata stanchezza. Tutt’altro si verifica a Medjugorje, come viene confermato da certi interrogatori:

«Resch: È vero che dopo quest’apparizione [26 giugno 1983] riuscivi a camminare con difficoltà e che altri ti hanno portato a casa?

Marija: No, non è vero. lo sono discesa dalla collina delle apparizioni, ho parlato con la gente e ho riferito loro il messaggio.» [RG, 36]

Gabrici a sua volta scrive:

Chiesi infine a Vicka se, dopo questi avvenimenti e queste apparizioni quotidiane si sentisse stanca (come può succedere dopo stati di «trance» ipnotica o medianica), ma lei mi assicurò che si sentiva anzi rinvigorita; e mostrava grande indifferenza per ciò che le capitava, conservando una grande semplicità d'animo e una grande calma. Tutto avveniva come se tali fenomeni fossero solo visite molto gradite e per nulla al di fuori del normale!» [FMB, 74-75]

Dopo l’estasi del 22 aprile 1998 Ivan e Marija

ritornano alla realtà leggermente stanchi, ma rilassati» [RG, 20]

Il 23 aprile 1998 il comportamento di Marija dà l’impressione di una estrema banalità, come se la veggente fosse semplicemente andata un attimo al bar:

Poche decine di secondi e tutto finisce. Marija ritorna alla realtà. Si spa­lancano le porte del salone e i bambini la prendono d’assalto. Sembra feli­ce. È felice. Si guarda intorno e ci guarda col sorriso.» [RG, 25]

Tali dati comportamentali sono comunque di ben scarso interesse nell’ambito di questa indagine; è opportuno segnalarli solo a riprova della assoluta inconsistenza della presunta vicenda apparizionaria.

Estasi ed analgesia (controllo del dolore)

L’anestesia dolorifica è stata descritta più volte quale elemento tipico dell’estasi. Per quanto riguarda il passato (mi riferisco in particolare all’insensibilità al dolore dei mistici e dei veggenti, come nel caso di Lourdes) sarebbe stata verificata stimolando la pelle ad esempio con punte e fiamme, ed osservando le reazioni dei soggetti in estasi.

Dal punto di vista neurofisiologico, una normale percezione dolorifica comporta l’intervento dei recettori periferici, delle vie centrali di trasmissione ed elaborazione degli impulsi dolorifici ed infine il loro riconoscimento da parte della coscienza.

L’affermazione da parte del soggetto in estasi di non avere percepito lo stimolo presuppone dunque che si siano realizzati, per un certo tempo:

- un blocco della trasmissione ed elaborazione dei segnali, oppure

- una mancata presa di coscienza.

Oggi sappiamo che la percezione del dolore può essere ridotta (anche del tutto) in ipnosi, con la meditazione o con altre tecniche, tramite uno specifico addestramento. In queste condizioni gli input dolorifici vengono elaborati normalmente a livello neurofisiologico, ma non raggiungono (o raggiungono blandamente) la coscienza del soggetto a causa della focalizzazione dell’attenzione su di un particolare contenuto mentale. La sensazione dolorifica può comunque essere attenuata anche in soggetti non addestrati, intervenendo sui soli processi attentivi.

Nel caso dei veggenti di Medjugorje, il problema è quello di stabilire se la loro percezione del dolore era realmente ridotta o annullata, e se tale ipotesi sia stata correttamente esaminata dal punto di vista strumentale.

È innanzitutto importante prendere in considerazione, come materiale di riferimento, i dati della letteratura scientifica. Un esperimento in tal senso è stato condotto nel 1962, sottoponendo due gruppi di soggetti a stimoli elettrici.[10] Quelli sottoposti ad ipnosi dichiararono di non avere percepito alcun dolore (secondo gli sperimentatori, per effetto di una amnesia legata all’ipnosi); gli altri, che avevano simulato l’ipnosi avevano invece avvertito un dolore attenuato (per effetto del rilassamento e della riduzione dell’ansia); la simulazione di questi ultimi era stata tuttavia così efficace che coloro che dovevano valutare le loro reazioni non erano stati capaci di discriminare fra i soggetti dei due gruppi, il che dimostra che qualunque cosa minimizzi la componente incidentale di ansietà compresa nell’esperienza dolorosa può avere un effetto sulle risposte comportamentali alla stimolazione dolorosa simile a quello ottenuto durante analgesia ipnotica.

Simulazione dell’estasi

Secondo il gruppo di Margnelli, uno degli scopi degli studi sulla psicofisiologia dell’estasi è quello di differenziare ‘strumentalmente’ questo stato modificato di coscienza dall’ipnosi. Ammesso che davvero esista una peculiare fenomenologia estatica, e che possano esserne riconosciute delle caratteristiche specifiche, tutto ciò non chiarisce tuttavia in termini favorevoli ai veggenti la fenomenologia di Medjugorje. Il semplice fatto che nel caso di Vicka la fenomenologia psico-fisiologica da lei manifestata in situazione di controllo somigliasse a quella riscontrata in altri durante l’estasi rafforza la convinzione critica che le modificazioni psicofisiologiche in corso di presunta estasi abbiano banalmente a che fare solo con il progredire dello stato emotivo del veggente nei periodi in cui egli ‘prepara’ e poi ‘crea’ la ‘sua’ apparizione (a prescindere dal porsi domande se alla base di tutto vi sia simulazione o auto-suggestione).

In questa prospettiva, se ha un senso chiedersi scientificamente se esistano pattern psicofisiologici specifici e distinti fra estasi ed ipnosi, lo ha molto meno chiedersi se quelle di Medjugorje siano autosuggestioni ipnotiche (autoipnosi).

Resta comunque il problema più generale di cosa abbiano in comune ed in che cosa invece differiscano fra di loro alcune situazioni ricorrenti nella psicologia cosiddetta ‘di confine’. A tale proposito i nostri autori propongono di raggruppare sotto il comune denominatore di ‘trance’, quattro diversi stati di coscienza: la ‘trance estatica’, la ‘trance da possessione’, la ‘trance ipnotica’ e la ‘trance medianica’; e sostengono che:

«la trance estatica e la trance da possessione sono considerati come stati modificati di coscienza religiosi, ma appartengono ugualmente ad un stato non fisico in quanto l’agente che li provoca non appartiene al mondo fisico sensoriale, ma al mondo non fisico e cioè psichico o al mondo spirituale che la scienza non può valutare se non per le eventuali modifiche a livello mentale, psichico o fisiologico.» [RG, 249]

Curiosamente (ma non inaspettatamente) mentre descrivono la ‘trance medianica’ come un «fenomeno culturalmente diffuso presso culture e movimenti spiritici», Gagliardi e Margnelli ritengono la trance ‘estatica’ e quella ‘da possessione’ uno stato ‘provocato’ da un agente non fisico, evidentemente esterno al soggetto; questo agente sarebbe ovviamente di natura sovrannaturale e su di esso la scienza non potrebbe indagare se non «quando viene permesso», anche perché tali fenomenologie non avrebbero la «ripetibilità» degli eventi biologici [RG, 249]. Ma questa è una argomentazione molto debole, giacché nulla sarebbe più facile che indagare un ‘fenomeno’ (quale è Medjugorje) che si ripeterebbe su poche precise persone, migliaia di volte, sempre allo stesso orario, e sul quale si sarebbero potuti realizzare ben più ampi e congrui programmi di ricerca. Senza contare che nelle loro intenzioni sia Joyeux che Frigerio e Gagliardi, con tutti i loro collaboratori, hanno sempre affermato di avere adoperato quanto di più avanzato esisteva al momento in termini di strumentazione scientifica.

Il problema del ‘test di toccamento’

Quasi incidentalmente (come se tutto sommato non avesse un particolare valore rispetto agli altri accertamenti) Joyeux racconta come e perché durante la missione del 6-7 ottobre 1984 non è stato eseguito uno dei test programmati [LJ, 25].

I veggenti, che sostengono non solo di vedere la Madonna ma anche di poterla toccare durante l’apparizione, avrebbero dovuto poggiare una o entrambe le mani su di essa. Ciò avrebbe consentito di fare delle valutazioni sulla ‘oggettività’ della visione, e di determinare, con l’aiuto della fotografia, la posizione delle mani dei veggenti e dunque della Madonna. In seguito «ulteriori test avrebbero potuto rilevare modificazioni nel sistema nervoso» [LJ, 25] (Joyeux comunque non ci fornisce alcuna informazione su quali avrebbero dovuto essere questi ulteriori test, che è ben difficile immaginare).

Il ‘test di toccamento’ era stato in effetti proposto già il 10 giugno 1984 ad Ivan, che tuttavia nel momento previsto si era (a suo dire) ‘dimenticato’ di chiedere alla Madonna se poteva eseguirlo. Il 7 ottobre toccò a Ivanka e Marija, ma anch’esse non lo eseguirono, perché la Madonna avrebbe affermato di non gradirlo. Così non se ne fece nulla.

Ingiustificati scrupoli

Ogni seria ricerca scientifica deve rispettare validi protocolli. Se invece, secondo il capriccio dell’esaminatore o della persona esaminata, ad un certo punto si esclude qualcosa di essenziale dal punto di vista metoodologico, essa perde per gran arte o quasi del tutto il suo valore.

Succede proprio questo allorché i componenti del gruppo di Joyeux dovrebbero valutare ‘scientificamente’ la sensibilità dolorifica o la funzionalità visiva.

Joyeux ed i suoi, ad esempio, hanno sempre lo scrupolo di non infastidire i veggenti. Per cui anche un test assolutamente innocuo, come il posizionamento del cartoncino davanti agli occhi durante l’estasi, fa esitare l’oculista dr. Philippot, che lo ritiene addirittura «aggressivo» [LJ, 23]. Ma la cosa più stupefacente è che proprio Joyeux raccomanda di interrompere la prova nel caso i veggenti dovessero dare l’impressione di reagire, ovvero se mostrassero di reagire a qualcosa che evidentemente percepiscono (invalidando dunque proprio la sua tesi sulla disconnessione visiva!).

Gli esaminatori delle due successive ‘Commissioni’ non si sono comportati diversamente, in particolare nel momento in cui dovevano valutare i potenziali evocati somato-sensoriali, la sensibilità dolorifica, ed i movimenti laringei.

Estasi e soprannaturale

Infine vorrei rivolgere l’attenzione del lettore su di un altro aspetto di questa e delle consimili ricerche. Margnelli afferma:

«nel loro insieme, le caratteristiche neurologiche dell'estasi cattolica richiamano l'attenzione su due aree del sistema nervoso centrale: vari nuclei del tronco encefalo e il sistema limbico» [FMB, 10];

poi aggiunge:

«la scienza sperimentale non è in grado di spiegare in maniera esauriente i fenomeni estatici che la clinica talora ha frettolosamente definito come “condizioni isteriche”» [FMB, 11].

In pratica (come egli stesso ammette) anche se la scienza non è ‘attualmente’ in grado di spiegare l’estasi, questa tuttavia appare evidentemente legata ad un substrato anatomo-funzionale (dunque la sua base è tutt’altro che immateriale).

Di fronte a questa incapacità della ricerca, Margnelli ritiene legittimo aprirsi al soprannaturale. Ma la sua è una posizione di comodo, ambigua, direi pure scorretta; prende per assodato ciò che la scienza ha inequivocabilmente spiegato, e lascia al soprannaturale ciò che non ha spiegato (ma comunque concede alla scienza gran parte di ciò che la religione ha sempre ritenuto non riducibile a materia, ovvero gran parte delle facoltà ‘psichiche’).

Infatti, secondo una ininterrotta tradizione cattolica, l’estasi può essere raggiunta solo se l’anima si distacca dal corpo e se i sensi restano impediti; dunque ad un cattolico dovrebbe risultare vano cercarne dei correlati somatici. Ed invece questi ricercatori (più o meno palesemente credenti) indagano proprio su questi correlati somatici che la loro religione nega in linea di principio; quasi non rendendosi conto che, se la loro ricerca dimostrasse inequivocabilmente qualcosa di ‘oggettivo’ e ‘specifico’ dell’estasi, avrebbero aggiunto anch’essi un tassello alle teorie ‘materialistiche’ della mente.

 

[1] Due esempi in tal senso sono le presunte estasi di Fatima e quelle di Caterina da Genova, che ho esaminato altrove [D’Alpa F. (2007), pp.264-266; D’Alpa F. (2016), pp. 98-101]

[2] [MDP, 74].

[3] Tornielli A. (1995), p. 153.

[4] L’opposto di quanto sosterrà in seguito Margnelli.

[5] In piano contrasto con questa affermazione, tutti coloro che hanno esaminato i veggenti prima di Frigerio hanno sottolineato che durante l’estasi i veggenti erano perfettamente calmi e distesi (vedi ad esempio [LJ, 10, 28].

[6] Secondo una ricerca del 1976, il 35% degli americani avrebbe avuto almeno una esperienza con tutte le caratteristiche di quelle mistiche, descritta come una delle più intense della propria vita. Solo in rari casi, tuttavia, questa esperienza ha portato ad una conversione religiosa. L’esperienza mistica, infatti, in genere resta tale; la conversione richiede invece quale prerequisito un desiderio di cambiamento nella relazione personale con il divino. [Greeley A.M., McCready W.C. (1975), pp. 12-25; Greeley A.M. (1976), pp. 8-9]. Sempre secondo ricerche condotte negli Stati Uniti, la percentuale di quanti affermano di avere avuto un qualche tipo di ‘visione’, era dell’8 per cento nel 1973 e del 29 per cento nel 1984 [Murphy M. (1997), pp. 56-57)]. La percentuale di quanti riferivano «esperienze spirituali inesplicabili o fuori dal comune» era del 43% in un sondaggio Gallup del 1985 [cfr: Murphy M. (1997), p. 57]. Secondo Greeley (1975), questo aumento percentuale dimostrerebbe la aumentata disponibilità degli intervistati a parlare di eventi ‘paranormali’. Molto più semplicemente potrebbe dipendere da fattori culturali.

[7] Secondo i sostenitori dell’ipotesi meta o paranormale, l’alterazione dei sensi rende i soggetti recettivi a percezioni inusuali; secondo le teorie psicologiche, la percezione metanormale è una sorta di inganno della mente allorché si trova in stato disfunzionale.

[8] Joyeux fa riferimento alla voce ‘Estasi’ scritta dal dr. T. Kammerer per un trattato di psichiatria [Porot A. (1960), pp. 225-226].

[9] Si noti la somiglianza fra questa descrizione e quella delle prime ‘indistinte visioni’ di Lucia a Fatima [cfr: D’Alpa F. (2007), pp. 250-251].

[10] Cfr. Shor R.E . (1962).