De sexto: via lubrica et tenebrosa

di Francesco D’Alpa

Per la Chiesa cattolica il “sesso”, ovvero il semplice atto riproduttivo (“benedetto” da Dio), è sempre stato ben scisso (eccettuati certi recentissimi ipocriti ripensamenti) dalla “sessualità” ovvero da tutto ciò che circonda e rende piacevole, appagante e desiderabile il semplice accoppiamento (lo si è definito tentazione infernale, turpitudine, colpa, peccato). E poiché prevenire è sempre meglio che curare, teologi moralisti e confessori non hanno mai esitato nel condannare tutto ciò che potesse avvicinare i fanciulli al sesso: dalla pratica della più innocente nudità familiare, al conoscere ciò che rende possibile la generazione umana, a tutto quel mondo emotivo che ruota intorno al sesso ed anzi ne costituisce l’essenza.

L’esito di questo sforzo repressivo è stato sempre in buona parte un misto di bigottismo culturale e di ignoranza della fisiologia e psicologia umana, sulla spinta di una ben precisa scelta: negare ciò che è terreno (materiale, carnale), per esaltare ciò che ha sapore di ultraterreno (la purezza). I manuali dei confessori rubricano tutto ciò che riguarda la sessualità sotto l’etichetta “De sexto”: ovvero ciò che attiene al “sesto comandamento” del decalogo biblico, «non commettere atti impuri», sulla base di una rappresentazione quanto mai estensiva del concetto di impurità, inclusiva di atti anche piuttosto lontani (perfino certi sguardi occasionali) dalla concupiscenza.

Nel paradiso terrestre (almeno così hanno sempre commentato i teologi) Adamo ed Eva avrebbero generato senza provare alcun piacere (cosa della quale non esisterebbe comunque alcun riscontro, visto che Abele e Caino sarebbero stati comunque concepiti dopo il “misfatto” del peccato originale), e dunque il perfetto cristiano dovrebbe anch’egli riprodursi senza provare alcun piacere, né esservi spinto da una “basso desiderio”. Come ciò potrebbe accadere “fisiologicamente”, non lo sappiamo proprio; ma su questo sorvolo. Ciò che mi interessa è il contorno. Come dissociare la riproduzione dal piacere? Negare quest’ultimo sarebbe impossibile, meglio catechizzare sul peccato carnale, sui pensieri carnali, sulle sensazioni carnali, fino ai più intimi recessi dell’animo infantile, affinché l’albero del piacere, estirpato alla radice, non cresca o ricresca.

A leggere i “moderni” libri sull’argomento ci si dovrebbe sorprendere (ma ciò generalmente non avviene fra gli pseudo-credenti) delle più o meno recenti “aperture” cattoliche al sesso prematrimoniale, al sesso non procreativo, alla esaltazione della bellezza del “corpo”, e così via. Purtuttavia la Chiesa è tradizione; altrimenti non sarebbe Chiesa, ma semplice rappresentazione teatrale o consuetudine sociale: non ci si può dunque richiamare rigidamente ai padri della Chiesa sugli argomenti teologici, ed invece concedere qualcosa (poco o molto, secondo i casi) al gusto (alla “sensibilità”) moderna su quelli morali.

Esaminiamola dunque questa “norma” cattolica circa il sesso, nel suo aspetto più delicato e controverso: l’istruzione morale del giovanetto, che tradizionalmente avviene “in privato”, spesso sul solo terreno di un rapporto “uno ad uno”, in confessionale; giacché la Chiesa non ha mai trovato di meglio che censurare gli “atti turpi”, piuttosto che educare all’uso del corpo ed alla gestione delle emergenti sensazioni corporee.

Non deve sorprendere che uno dei testi fondamentali in questa materia risalga addirittura al tardo medioevo: il Tractatus de parvulis trahendis ad Christum di Jean Gerson (1363-1429), uno dei più influenti teologi della Sorbona, puntualmente citato fino ai nostri giorni. La sua linea espositiva è chiara: la purezza ed il desiderio di Dio sono insiti nel fanciullo, ma il contatto con ciò che per sua irreformabile natura è “turpe” ne mina lo spirito e pensiero dopo pensiero, desiderio dopo desiderio, atto dopo atto ne plasma un difficilmente correggibile «habitus pravus».

Il confessionale deve essere allora il tempio nel quale si svolge la decisiva battaglia fra il bene ed il male, il solo luogo deputato alla correzione del vizio. Ed il vizio, ben lo sappiamo, di fatto è uno solo e racchiuso (soprattutto per i maschietti) nell’abusata domanda: «ti tocchi?». D’altra parte Freud ce l’ha ben insegnato: il piccolo “polimorfo perverso” impiega un istante, senza riflettervi più di tanto, a passare dal pensiero all’atto: «ma come si fa a non toccarsi, quando ...»; così riflette il giovane protagonista del felliniano Amarcord, esprimendo una profonda verità: nella sessualità l’individuo esprime tutto il suo essere, corpo ed “anima”.

Ma ciò non sta bene al prete, che deve negare ogni vincolo terreno e con il corpo; che deve negare la complessità ed unità dell’essere umano. Nella pratica quotidiana (senza bisogno di incolpare le frettolose confessioni di massa tipiche dei grandi raduni, quali Lourdes, Giubilei, ecc.), non v’è alcun dubbio sul fatto che comunque generalmente si adotti (e si sia sempre prevalentemente adottato) lo schema di una “confessione monosillabica”, che riduce l’accusa formulata dal sacerdote (non solo su questo tema, ovviamente) ad una alternativa di “si” e “no”. «Dici bugie? ... Obbedisci ai genitori? ... Ti tocchi?». Ogni altro approfondimento fra confessore e penitente è teoricamente sconsigliato (specie con le femminucce; e più avanti nel tempo con le donne in genere, fatte salve certe strane “compiacenze” sacerdotali), omesso dall’indagine, dunque escludendo una “naturale” tranquillizzante spiegazione del perché e del come avvenga la “tentazione”: perché quella “strana” percezione che ad un tratto devia il pensiero del fanciullo su di una piccola parte del suo corpo, perché quell’inattesa sensazione di appagamento con la quale egli si sveglia sempre più frequentemente? Il prete categoricamente ammonisce: è il male, miei cari, è il diavolo che vi tenta; mettetelo a tacere, estinguete il “fomite” del peccato; a queste cose (alla sessualità?) penserete (con santa moderazione e purezza di intenti) solo dopo il matrimonio, o altrimenti fate pulizia di tutto ciò, per sempre.

Ma l’intervento si rivela di solito tardivo; cosicché il problema diviene un altro: non il potere sopprimere al nascere la coscienza del proprio corpo e delle sue “esigenze”, quanto combattere i sensi di colpa che lo stesso sacerdote immette (immetteva?) nella mente del bambino, connotando come “male” e “perversa tentazione” ciò che invece è libera ed inevitabile espressione della “natura”.

Va ricordato che in tempi moderni il clero si è sempre più lamentato del fatto che le istituzioni laiche hanno sottratto al controllo della chiesa l’istruzione, e che altri insegnamenti (la stampa, i teatri, il cinema, i ritrovi ...) contraddicono gli insegnamenti religiosi. La confessione sembra essere teoricamente l’ultimo baluardo contro il “mondo”. E cosa di meglio di un “santo sacerdote”, visto che «A dieci o dodici anni le grandi idee maestre dell’ascetica cristiana: unione con Dio, rinunzia a se stessi, spirito di sacrificio, sono accessibili a quelle anime pure che lo Spirito Santo ha fatto suo tempio?».

Il confessore deve avere le idee chiare circa il suo intervento “medicale”: «Il cuore di un giovane dai 12 ai 18 anni è una fornace, dove tutte le passioni sono in fermento allo stato più o meno latente: solo la grazia del Sacramento vi può portare un po' di calma, un’onda di refrigerio».

Andando più nel concreto, evitando le banalizzazioni,  «Il Confessore dei giovani deve anzitutto pensare che essi hanno una difficoltà non piccola nell’aprire le loro colpe ad una persona estranea»; ma sarebbe strano il contrario, visto che essi trovano molte cose del tutto naturali ed in genere sono già prevenuti sul fatto che saranno accusati dal sacerdote di una colpa che non vivono come tale. Il peggio sta ovviamente nel fatto che le domande del confessore solitamente vertono anche su quelle colpe che il giovane può solo “presumibilmente” avere commesso, e che «molte specie morali che i teologi descrivono minutamente, i giovani, soprattutto i fanciulli, non le conoscono»; infatti «non si può pretendere, data l’età e l’indole dei giovanetti, che essi comprendano la malizia del peccato, come lo potrebbe fare un adulto, perché l’anima dei giovani sembra che abiti più nell’appetito e nei sensi che nella ragione e nella mente».

Ma su quest’ultimo punto i manuali invitano alla cautela: meglio le domande prudenti che quelle indiscrete, che soddisfano solo la curiosità del prete: «Si farebbe assai male, se si volesse sapere il modo, le circostanze, la maniera dei peccati turpi. Basterà sapere an secum ipsi vel cum personis eiusdem sexus vel alterius sexus fecerint»basterà sapere se si è fatto sesso con se stessi o con persone del proprio o dell’altrui sesso»); giacché, alla fine, qualunque atto, verrà comunque condannato.

Ma il rimprovero (specie ai nostri tempi) ha pressoché sempre solo un effetto transitorio, ed alla fine il giovane, nel più augurabile dei casi, sarà felicemente istradato, da una ideale società senza condizionamenti ed ipocrisie, su quella che Gerson ha definito con disprezzo «via lubrica e tenebrosa», abitata da soggetti la cui condotta “corruttiva” sarebbe «vulpina imo diabolica calliditas quae in obliquo insidiatur et mordet ut coluber» («malizia diabolica e volpina che insidia obliquamente e morde come un serpente»): non a caso la “volpina” era uno degli oggetti del desiderio adolescenziale in Amarcord.

Nota

 Tutte le citazioni sono tratte da Angelo Grazioli, La confessione dei giovanetti,  Marietti, Torino 1935.


Er bon padre spirituale

«Accúsati figliuola». «Me vergogno».

«Niente: ti aiuto io con tutto il cuore.

Hai dette parolacce?» «A un ber zignore».

«E cosa, figlia mia?» «Bbrutto carogno».

«Hai mai rubato?» «Padre sí, un cotogno».

«A chi?» «Ar zor Titta». «Figlia, fai l’amore?»

«Padre sí». «E come fai?» «Da un cacatore

ciarlamo». «E dite?» «Cuer che cc’è bbisogno».

«La notte dormi sola?» «Padre sí».

«Ciài pensieri cattivi?» «Padre, oibò».

«Dove tieni le mani?» «O cqui o llí...».

«Non ti stuzzichi?» «E cc’ho da stuzzicà?»

«Lì fra le cosce...». «Sin’adesso no,

(ma sta notte sce vojjo un po’ pprovà)».

 

G.G. Belli, 11 dicembre 1832