Raymond Moody
"L'ultimo sorriso"
Mondadori, 2001
Pagg. 235, lire 14.000

Le cosiddette esperienze di pre-morte sono da anni al centro di una vasto dibattito che coinvolge diverse categorie di studiosi (medici, psicologi, teologi, paranormalisti) ed appassiona il pubblico, sollecitato da frequenti riproposizioni dell'argomento nei talk-show, in libri e in film.

Raymond Moody, medico e filosofo, ha ampiamente alimentato questo interesse, sin dalla pubblicazione del suo saggio "La vita oltre la vita", seguito poi da diversi altri sullo stesso argomento.

Le sconcertanti esperienze raccontate nei suoi volumi hanno diffuso la convinzione che possa esistere realmente una nuova vita oltre la morte e che in particolari momenti critici dell'esistenza se ne possa avere uno sconvolgente assaggio.

Ma ora Moody fa un importante passo indietro, precisando meglio le sue convinzioni sul tema, rimangiandosene alcune, e correggendo non poco il tiro. In particolare, sostiene di non avere mai avuto alcuna personale certezza circa l'esistenza di una vita oltre la morte, e di avere solo cercato di porre agli altri e a se stesso delle inquietanti domande su quanto viene narrato da centinaia di pazienti. I suoi lettori si sarebbe però ingannati circa le sue autentiche opinioni in proposito, sulla pretesa di fornire delle convincenti risposte in favore dell'esistenza dell'aldilà. La responsabilità di quest'equivoco sarebbe infatti tutta dei suoi editori, che avrebbero sempre manipolato i suoi testi, per fini puramente commerciali, in particolare eliminando l'ultimo capitolo di "La vita oltre la vita", in cui egli, nella versione originale, spiegava "dettagliatamente perché le esperienze di pre-morte non possono essere ritenute una prova scientifica della vita oltre la morte". La presunta realtà del viaggio, con ritorno, nell'aldilà, nasconderebbe un equivoco di fondo: quanti raccontano le esperienze di pre-morte credono erroneamente di avere avuto effettivamente l'esperienza di una vita oltre la morte; ma, in realtà queste persone avrebbero avuto solo una particolare esperienza, certamente reale, ma non di vera morte, e l'avrebbero poi reinterpretata in base alle proprie conoscenze e convinzioni sulla natura della morte, per lo più all'interno di una prospettiva religiosa, perché questa era per loro, culturalmente, l'unica spiegazione possibile.

Descrivendo oggi, finalmente, la propria "vera" posizione sul tema della vita dopo la morte, Moody ritiene di seguire un approccio più aperto e fecondo rispetto a tre categorie di studiosi, di cui non condivide le drastiche prese di posizione: i parapsicologi (più rigidi e che danno eccessivo peso a fatti aneddotici), gli scettici di professione (che si reputano i depositari di una verità che difendono in maniera preconcetta) e i fondamentalisti religiosi (che credono alla lettera a tutto ciò che è scritto nei libri sacri). Seguendo un approccio sperimentale, Moody afferma anche di avere tentato in passato, con successo, di riprodurre in laboratorio esperienze di presunto contatto con l'aldilà: analizzando il resoconto di un centinaio di volontari sottoposti ad una esperienza di evocazione dei defunti, avrebbe potuto evidenziare importanti punti di contatto fra queste esperienze e quelle dei morenti o di chi assiste con viva partecipazione ad una morte.

Mentre dunque resta del tutto ipotetico se esista una vita oltre la morte, perché tanto interesse verso questo interrogativo e verso le esperienze di premorte? Secondo Moody, tutti noi sentiamo il fascino di quello che lui definisce "paranormalismo giocoso": la funzione di svago che i temi del paranormale esercitano sulle persone, né più né meno dei giochi matematici o enigmistici o delle trame dei film.

L'idea che realmente si possa fare una capatina nell'aldilà ha affascinato il pubblico ed è stata sfruttata dai media, che tornano frequentemente sull'argomento; così sarebbe nata la categoria dei "meNDEstrelli", come Moody definisce ironicamente la categoria gli intrattenitori, soprattutto televisivi, sull'argomento (da NDE= Near Death Experiences).

Ma nessuno di costoro vorrebbe realmente andare in fondo al problema, preferendo lasciarlo in sospeso, in una dimensione culturale che stimola la fantasia, alimenta i media e affascina gli uomini comuni. E proprio il racconto appassionato di persone che hanno creduto di transitare per un attimo oltre il confine della vita permette di ripercorrere e condividere temi che sono da secoli presenti in tutte le culture e nelle religioni. Possiamo giocare con queste esperienze, trovandovi conforto, perché ci consentono di condividere sensazioni di benessere e di nutrire speranze di immortalità.

Tutto questo non c'entra però, secondo l'ultimo Moody, con il fatto ipotetico che qualcuno possa realmente tornare dall'aldilà per raccontarcelo.

Alla fine della lettura di questo interessante libro, risulta chiaro come un altro dei miti popolari del nostro tempo, a forte connotazione religiosa, stia per crollare definitivamente. Chi crede di essere tornato indietro dallo stato di pre-morte, in realtà avrebbe solo vissuto un complesso passaggio della vita (non della morte), impossibile prima del perfezionamento delle tecniche di rianimazione e di anestesia.

Preso atto di questa nuova evidenza, possiamo comunque cogliere, secondo Moody, una grande opportunità: un messaggio d'amore che deriva da questa dimensione "paranormale". Resta irrisolto, almeno per il momento, il problema del perché Moody abbia provveduto solo ora a rendere pubbliche queste considerazioni, e del perché ritenga di addebitare solo ad altri la responsabilità di tutte le diatribe seguite alla pubblicazione dei suoi libri. È inevitabile il sospetto che anche a lui sia convenuto non poco che si discutesse a lungo infruttuosamente sull'argomento.

Francesco D’Alpa

Pubblicato su: "L'Ateo" n. 27 (3/2002)